La malattia o demenza di Alzheimer, che prende nome dal neurologo tedesco Alois Alzheimer che ne descrisse i sintomi nel 1907 per la prima volta, colpisce circa il 5% della popolazione sopra i 60 anni e si manifesta inizialmente con una progressiva amnesia, prima sulle piccole cose, fino ad arrivare a non riconoscere nemmeno i familiari e ad avere bisogno di aiuto anche per le attività quotidiane più semplici. L’Alzheimer è uno stato provocato da una alterazione delle funzioni cerebrali, che comporta una serie di difficoltà per il paziente nel condurre le normali attività, in quanto colpisce sia la memoria che le funzioni cognitive, e questi si ripercuote sulla capacità di parlare e di pensare. Inoltre può essere causa di stati di confusione, cambiamenti di umore e disorientamento spazio-temporale.
Il codice di esenzione della malattia di Alzheimer è 029 (Malattie croniche).

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Si spera che le due molecole diano risultati positivi nella malattia ai primi stadi

USA - Una nuova sperimentazione sulla malattia di Alzheimer sarà coordinata dalla Washington University di St. Louis, che coordinerà un progetto mondiale sulla patologia. Saranno testati due nuovi farmaci su 160 persone che presentano una particolare mutazione genetica che rende più probabile l’insorgenza precoce della malattia.

La ‘colpa’ potrebbe essere di un enzima che ‘impazzisce’ dopo il colpo.  
Allo studio condotto negli Usa ha contributo una ricercatrice toscana

USA – La malattia di Alzheimer, la forma più comune di demenza degenerativa invalidante, potrebbe avere anche delle cause ‘ambientali’ identificabili in un trauma, non necessariamente gravissimo. A sostenerlo è una ricerca americana, riportata recentemente sul Journal of Neuroscience, alla quale ha partecipato la professoressa Giuseppina Tesco, di origini pratesi, oggi assistente al dipartimento di neuroscienze presso la Tufts University di Boston. E’ stata proprio lei che, basandosi su un suo precedente lavoro, ha guidato il team che per primo ha effettuato studi in vivo per determinare la relazione esistente tra un singolo evento di TBI e l’alterazione cerebrale permanente.

La regione Umbria discrimina l’erogazione della quota sanitaria in base alla asl di appartenenza

“Guardare” in faccia la malattia e provare a mettersi nei panni di quanti soffrono del morbo di Alzheimer. È questo il messaggio che l’Associazione Alzheimer Orvieto, durante il mese di settembre, da quest’anno dichiarato mese mondiale dell’Alzheimer, ed in occasione della XIX giornata mondiale dedicata a questa patologia – svoltasi il  21 settembre 2012 -  ha lanciare attraverso un video dal titolo “Così si sente una persona malata di Alzheimer”.

Una nuova scoperta, un ulteriore piccolo passo avanti verso una possibile terapia per la malattia di Alzheimer. Stavolta la notizia arriva dalla Mayo Clinic, in Florida: si tratta di un enzima, chiamato BACE2, che sembra essere in grado di distruggere la proteina beta-amiloide, causa della malattia.

Un gruppo di ricercatori e rappresentati dai pazienti ha pubblicato un documento di consenso sulla rivista Alzheimer’s and Dementia

Gestire i pazienti affetti da Alzheimer può essere davvero difficile. Per questo un gruppo di ricercatori, clinici e rappresentanti dei pazienti ha redatto un nuovo documento di consenso dedicato proprio alla gestione clinica della patologia. Il documento, pubblicato sulla rivista Alzheimer’s and Dementia contiene un elenco di obiettivi prioritari e di raccomandazioni per la gestione clinica dell’Alzheimer.

Studio della Lancaster University mostra legame tra vista e compromissione della memoria nei pazienti affetti da Alzheimer

Uno studio pubblicato il 22 agosto sul "Journal of American Aging Association" , svolto alla Lancaster University del Regno Unito, mostra come un semplice test di eye-tracking (registrazione del movimento oculare) potrebbe essere la chiave per la diagnosi precoce dell'Alzheimer.

L’Aquila - Uno studio realizzato dall’Università dell’Aquila ha dimostrato che l’assunzione di flavanoli del cacao può ritardare il declino cognitivo negli anziani. Lo studio, pubblicato sulla rivista Hypertension, potrebbe aprire nuove prospettive anche per la terapia dell’Alzheimer.

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