La malattia o demenza di Alzheimer, che prende nome dal neurologo tedesco Alois Alzheimer che ne descrisse i sintomi nel 1907 per la prima volta, colpisce circa il 5% della popolazione sopra i 60 anni e si manifesta inizialmente con una progressiva amnesia, prima sulle piccole cose, fino ad arrivare a non riconoscere nemmeno i familiari e ad avere bisogno di aiuto anche per le attività quotidiane più semplici. L’Alzheimer è uno stato provocato da una alterazione delle funzioni cerebrali, che comporta una serie di difficoltà per il paziente nel condurre le normali attività, in quanto colpisce sia la memoria che le funzioni cognitive, e questi si ripercuote sulla capacità di parlare e di pensare. Inoltre può essere causa di stati di confusione, cambiamenti di umore e disorientamento spazio-temporale.
Il codice di esenzione della malattia di Alzheimer è 029 (Malattie croniche).

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Il Ritalin, usato per curare i deficit di attenzione nei giovanissimi, potrebbe alleviare uno dei sintomi più comuni

Una nuova sperimentazione clinica, i cui risultati sono stati presentati il 18 luglio durante la Conferenza internazionale dell’Associazione Alzheimer a Vancouver, Canada,  dimostrerebbe che il Ritalin, un farmaco già usato per i disturbi da deficit di attenzione in soggetti molto giovani, può essere utile per i pazienti che soffrono di Alzheimer.

La malattia potrebbe essere innescata dal diabete o da alti livelli di grassi nel sangue

Fioccano le pubblicazioni scientifiche sulla malattia di Alzheimer che, tuttavia, richiedono indagini più approfondite prima di essere confermate.
Uno studio, effettuato da scienziati dell'Università di Medicina e Odontoiatria del New Jersey (UMDNJ), in collaborazione con gli scienziati della Northwestern University in Illinois,  che ha esaminato anche la retina (considerata un'estensione del cervello e più accessibile per esami diagnostici), avrebbe fornito l’evidenza sperimentale che il diabete è legato alla comparsa della malattia di Alzheimer.

Secondo uno studio all’Università di Washington il primo segnale sarebbe la diminuzione, nel fluido spinale, dei livelli di proteina beta-amiloide

L’Alzheimer, nella sua forma ad esordio precoce familiare o sporadica,  può cominciare a svilupparsi anni, se non decenni, prima della comparsa certa dei sintomi. Quindi conta più la data di inizio della progressione che non l’età del malato.
All’Università di Washington, i ricercatori hanno studiato 128 persone  che avevano ereditato una delle tre mutazioni genetiche che vengono ricondotte alla forma della malattia in questione.

Si tratterebbe delle immoglobuline, usate per il trattamento dei disordini immunitari e di un antistaminico utilizzato in Russia contro le allergie

Alla Alzheimer Association International Conference 2012 (AAIC 2012) in corso a Vancouver  è stata presentata la prima relazione di lunga durata (tre anni), sulla stabilizzazione dei sintomi della malattia di Alzheimer con IVIG (GAMMAGARD, Baxter), un farmaco già sul mercato che tratta i disordini immunitari.
Secondo questo studio dopo tre anni di trattamento con immunoglobuline i pazienti non hanno presentato alcun declino cognitivo, nessun peggioramento di umore o di memoria.

La scoperta giunge da uno studio islandese

Dopo che su Nature, l'11 luglio scorso,  è stato pubblicato uno studio islandese che ha scoperto una rara mutazione genetica che protegge una minoranza di persone contro la malattia di Alzheimer, la stampa di lingua inglese parla di nuove speranze per il trattamento di questa malattia.

Milano, 9  luglio 2012 - È  disponibile Alzheimer App, la prima applicazione per iPhone e Android dedicata a chi si prende cura dei malati di Alzheimer, ideata e realizzata dalla Federazione Alzheimer Italia e scaricabile gratuitamente da App Store e Play Store.

Il CAD106 è stato realizzato in Svezia e sperimentato su 58 pazienti

Questa volta sembra che il vaccino funzioni. Si tratta di CAD106, nuovo trattamento in grado di attivare le difese immunitarie dell’organismo contro il beta amiloide. E’ stato realizzato dagli scienziati del Karolinska Institutet di Stoccolma e pubblicato su The Lancet Neurology.

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