La malattia o demenza di Alzheimer, che prende nome dal neurologo tedesco Alois Alzheimer che ne descrisse i sintomi nel 1907 per la prima volta, colpisce circa il 5% della popolazione sopra i 60 anni e si manifesta inizialmente con una progressiva amnesia, prima sulle piccole cose, fino ad arrivare a non riconoscere nemmeno i familiari e ad avere bisogno di aiuto anche per le attività quotidiane più semplici. L’Alzheimer è uno stato provocato da una alterazione delle funzioni cerebrali, che comporta una serie di difficoltà per il paziente nel condurre le normali attività, in quanto colpisce sia la memoria che le funzioni cognitive, e questi si ripercuote sulla capacità di parlare e di pensare. Inoltre può essere causa di stati di confusione, cambiamenti di umore e disorientamento spazio-temporale.
Il codice di esenzione della malattia di Alzheimer è 029 (Malattie croniche).

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La proteina potrebbe essere un nuovo target di ricerca per i disturbi neurologici

I medici e ricercatori dell’Università della California hanno identificato una nuova connessione tra la proteina beta-arrestina e la memoria a breve termine. Questa scoperta potrebbe aprire nuove porte per il trattamento terapeutico dei disturbi neurologici, in particolare il morbo di Alzheimer.
Lo studio, pubblicato sui Proceedings of the National Academy of Sciences mostra che la rimozione della proteina beta-arrestina impedisce la perdita della memoria a breve termine.

La prima fase prevede l’utilizzo delle nuove tecnologie come training per i pazienti

Il progetto Sociable è un programma europeo volto a sperimentare l’utilità delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (ICT) sui pazienti affetti da Alzheimer. Prevede attività di sostegno integrato alle attività cognitive e la stimolazione dell’interazione sociale verso pazienti ad alto rischio di sviluppare l’Alzheimer. La sperimentazione coinvolge complessivamente 350 pazienti, di questi  95 vengono da Forlì.

Il bexaterone, farmaco noto da dieci anni, ha ridotto i sintomi della malattia nei topi da laboratorio

Un antitumorale ben noto, approvato da oltre 10 anni, sembra essere in grado di ridurre velocemente i sintomi dell'Alzheimer, che interessa oggi almeno il 5 per cento degli ultrasessantenni. La scoperta è stata fatta da un gruppo di ricercatori statunitensi della Case Western Reserve University School of Medicine, guidati da Gary Landreth.

Per ora viene testato su topi normali, poi si passerà a quelli transgenici, prima di arrivare all’uomo la strada è ancora lunga

NAPOLI - I vaccini sono una delle scoperte che più hanno cambiato la storia della medicina permettendo di far sparire del tutto malattie che un tempo causavano epidemie in grado di decimare intere popolazioni o che, come la poliomielite, si lasciavano dietro bambini gravemente invalidi. Oggi grazie ai vaccini si profila la speranza di sconfiggere non solo le malattie infettive ma anche alcuni tipi di cancro e addirittura l’Alzheimer. Da tempo la comunità scientifica internazionale lavora ad un vaccino contro questa malattia neurodegenerativa, anche se fino ad oggi la strada non ha portato a grandi successi. Ora però un passo avanti che potrebbe essere davvero importante è stato fatto da due strutture di ricerca italiane, afferenti al CNR e basate a Napoli: il l’Istituto di genetica e biofisica (Igb) e l’Istituto di biochimica delle proteine (Ibp). Le due strutture lavorando insieme hanno brevettato in Italia un vaccino di nuova generazione, chiamato (1-11)E2, che agisce producendo  anticorpi contro il beta-amiloide, un peptide che si accumula nel cervello dei malati causando la particolare forma di demenza.

Uno recente studio suggerisce che regioni di corteccia cerebrale di piccole dimensioni possano sviluppare più facilmente la malattia di Alzheimer

Una nuova ricerca, pubblicata di recente su Neurology, suggerisce che laddve le regioni di corteccia cerebrale sono più piccole del normale sia più probabile sviluppare sintomi compatibili con la malattia di Alzheimer. Per questo studio sono state utilizzate le scansioni cerebrali ottenute tramite risonanza magnetica, che hanno consentito la misurazione dello spessore della corteccia cerebrale in 159 persone prive di sintomi di demenza, dell'età media di 79 anni. Ben 19 partecipanti sono stati classificati ad alto rischio, proprio a causa delle piccole dimensioni di alcune regioni corticali note per essere vulnerabili alla malattia di Alzheimer. Dall'inizio dello studio e per i successivi tre anni, ai partecipanti sono stati somministrati test di controllo sulla memoria, il problem solving, la capacità di progettare e di prestare attenzione.

Serviranno a creare servizi di assistenza domiciliare su tutte le province

ROMA - La Regione Lazio guidata da Renata Polverini investe a favore dei pazienti affetti da malattia di alzheimer e dei loro familiari. E’ di pochi giorni fa, infatti, la notizia, data dall'assessore alle Politiche sociali e Famiglia Aldo Forte, che  la Regione ha stanziato 2 milioni e 200 mila euro per potenziare i servizi di assistenza e cura a questa categoria di pazienti. La scelta è dettata sia dall’alto impatto della patologia sulla qualità della vita dei pazienti e della famiglie che dall’alta incidenza, in crescita, di questa patologia tipica dell’età adulta. 

E’ stato individuato un nuovo meccanismo attraverso cui la beta-amiloide, la principale responsabile della neurotossicità nella Malattia di Alzheimer (AD), determina la morte delle cellule neuronali. La scoperta, pubblicata su Journal of Biological Chemistry, è stata svolta nei laboratori dell’Istituto Superiore di Sanità, coordinata da Enrico Garaci, Presidente dell’ISS, e Daniela Merlo, ricercatrice presso il Dipartimento di biologia cellulare e neuroscienze dell’ISS, diretto da Maurizio Pocchiari, anch’egli tra gli autori della ricerca, e grazie alla collaborazione con Alessio Cardinale dell’IRCCS San Raffaele Pisana.

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