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A spegnersi sarebbero i neuroni dell’area tegmentale ventrale, una parte molto profonda del sistema nervoso centrale. La scoperta potrebbe aprire nuove vie terapeutiche

ROMA - Elie Wiesel, premio Nobel per la pace 1986, ha fornito un’emblematica definizione della malattia di Alzheimer, paragonandola a quel che rimane di un libro una volta che da questo siano state strappate ad una ad una tutte le pagine. Alla fine, ciò che resta è solo una copertina. E non c’è definizione più calzante per quello che è un disordine neurologico contraddistinto da una pletora di sintomi, a carico della sfera cognitiva e non cognitiva, ed associato ad una inarrestabile atrofia del cervello. Considerata una delle patologie progressive più devastanti che la medicina stia ancora affrontando, l’Alzheimer si caratterizza per l’accumulo di placche amiloidi e di viluppi neuro-fibrillari a livello del tessuto cerebrale, che determinano una massiccia perdita della funzionalità neuronale.

La memoria è la vittima principale di questa malattia che divora i ricordi e lascia il soggetto completamente disorientato, incapace di orientarsi nello spazio e nel tempo e di prendersi cura di sé. Per questa ragione, i ricercatori hanno sempre ritenuto che l’eziologia dell’Alzheimer – ancora da definire – potesse essere collegata all’ippocampo, l’area del cervello destinata alla formazione della memoria ed all’elaborazione del ricordo. Tuttavia, una recente ricerca, condotta da un team tutto italiano che ha coinvolto l’IRCCS Fondazione Santa Lucia e l’Università Campus-Biomedico di Roma, ha contribuito ad alzare il velo sull’origine di questa condizione, puntando il dito sui neuroni dell’area tegmentale ventrale, una delle strutture che maggiormente partecipa alla modulazione dell’attività dell’ippocampo con la produzione di dopamina, un neurotrasmettitore di vitale importanza per la funzionalità dell’ippocampo.

I risultati dello studio apparsi sulla rivista Nature Communications stanno già facendo il giro del mondo perché questa nuova scoperta sembra in grado di mettere in relazione la depressione con la genesi dell’Alzheimer: infatti, lo spegnimento dei neuroni dell’area tegmentale ventrale coinvolto nella demenza che contraddistingue le fasi iniziali dell’Alzheimer è riconducibile a stati umorali come la depressione e l’apatia, tipici di una fase tardiva della malattia.

L’area tegmentale ventrale non era mai stata approfondita nello studio della malattia di Alzheimer” – spiega Marcello D’Amelio, professore associato di Fisiologia Umana e Neurofisiologia presso l’Università Campus Bio-Medico di Roma e tra i principali autori dello studio – “proprio perché si tratta di una parte molto profonda del sistema nervoso centrale, particolarmente difficile da indagare a livello neuro-radiologico.” A riprova di ciò i ricercatori hanno osservato che la stimolazione del sistema di produzione della dopamina con selegilina - un farmaco usato per il trattamento della depressione - o con L-DOPA - impiegata per il Parkinson - è in grado di dare ottimi risultati in termini di recupero della memoria e dei deficit comportamentali e motivazionali. Nonostante la ricerca sia stata condotta su un modello murino di Alzheimer la spiegazione proposta dagli studiosi si appoggia a quanto osservato per il Parkinson, in cui la degradazione dei neuroni della parte compatta della sostanza nera gioca un ruolo di primo piano nella genesi della patologia.

Grazie a questo studio sarà forse possibile ipotizzare una nuova strada nella cura dell’Alzheimer e al tempo stesso si può iniziare a pensare alla depressione come un evidente campanello d'allarme di questa terribile patologia. È necessario proseguire su questo fronte per giungere ad una più approfondita spiegazione degli intricati meccanismi che legano queste due condizioni patologiche della mente, senza dimenticare che la felicità non è un sistema complesso e rappresenta un'innegabile cura anche per le condizioni più serie.

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