Giornata Mondiale dell'Ipofosfatasia

Il 30 ottobre è la Giornata Mondiale dedicata alla patologia: quest’anno, grazie all’associazione API, l’evento verrà celebrato per la prima volta anche in Italia

Una migliore conoscenza della malattia da parte della classe medica; più diagnosi e attuate in tempo; percorsi multidisciplinari, che permettano di curare tutti i problemi clinici; un migliore accesso alle terapie disponibili. Le quattro richieste, a tutte le istituzioni medico-sanitarie del nostro Paese, sono avanzate oggi dall’API, Associazione Pazienti Ipofosfatasia, in occasione della Giornata Mondiale dedicata alla patologia. L’evento internazionale ha lo scopo di sensibilizzare l’attenzione dell’opinione pubblica e del mondo della politica nei confronti di una malattia che, pur essendo definita rara, affligge molte persone.

La Giornata viene per la prima volta celebrata anche in Italia, con una serie di iniziative dedicate all’ipofosfatasia. Il claim dell’evento è “Diamoci una Mossa Insieme”, perché solo insieme – pazienti, famiglie, medici e ricercatori – è possibile permette ad un malato di ipofosfatasia di non fratturarsi più, di non gridare più di dolore, di fare una passeggiata e di essere una persona utile a sé stessa e alla società. Sempre oggi, a Roma è anche organizzata una tavola rotonda con esperti provenienti da vari settori e pazienti.

“L’ipofosfatasia è causata da mutazioni del gene che permette la sintesi della proteina fosfatasi alcalina ossea non specifica, presente nell’osso”, sottolinea la prof.ssa Maria Luisa Brandi, Presidente FIRMO, Fondazione Italiana Ricerca sulle Malattie dell’Osso. “È una patologia che può esprimersi già in epoca prenatale e causare anche il decesso in utero del feto. Si può manifestare anche nei primi sei mesi di vita e può avere un’ereditarietà autosomica recessiva: in questo caso, quando entrambi i genitori sono ammalati o portatori sani, l'ipofosfatasia risulta essere mortale per il 50-90% dei piccoli pazienti. Tuttavia, il decorso clinico può essere meno aggressivo, ma proprio per questo risulta più difficile la diagnosi, soprattutto tra gli adulti. Tra i non più giovanissimi la malattia, in media, tende ad insorgere tra i 40 e i 50 anni di età. Si calcola che la metà dei pazienti va incontro a una perdita dei denti molto precoce mentre il 35% a fratture, soprattutto delle ossa lunghe. Gli altri sintomi sono difficoltà motorie e di deambulazione, profonda debolezza muscolare, calcolosi renale, insonnia, ansia, depressione e disturbi respiratori. Sono tutte manifestazioni aspecifiche e che rischiano di essere scambiate per altri problemi di salute meno gravi”.

Per individuare l’ipofosfatasia è necessaria una valutazione biochimica metabolica che misura i livelli della fosfatasi ossea non specifica e dei substrati che vengono metabolizzati da questo enzima”, prosegue la dott.ssa Domenica Taruscio, già Direttrice del Centro Nazionale Malattie Rare dell’Istituto Superiore di Sanità. “Alla valutazione metabolica si può aggiungere l’analisi della mutazione del gene ALP. Una corretta diagnosi permette una presa in carico adeguata del paziente”.

L’ipofosfatasia è fortemente invalidante e necessità di trattamenti farmacologici mirati”; aggiunge la prof.ssa Brandi. “Se la fosfatasi alcalina non è adeguata le ossa possono diventare deboli o morbide. Si calcola che le forme gravi si verifichino in circa un caso su 100.000 nati vivi ma non conosciamo esattamente quante persone nell’insieme ne siano colpite. L’incidenza potrebbe essere molto più alta ed arrivare, addirittura, ad un caso ogni 5/6000 persone. Il motivo di questa incertezza, a livello epidemiologico, è da ricercare proprio nella presenza di numerose varianti, che si manifestano con sintomatologie diverse e non facilmente riconoscibili”.

“La malattia non può essere sottovalutata”, sottolinea Luisa Nico, dell’API. “Nei casi più lievi provoca solo anomalie dentali mentre in quelli più gravi può anche causare il decesso. La nostra associazione vuole offrire un aiuto concreto e un forte sostegno a pazienti e caregiver. API è nata nel difficile momento che ha preceduto immediatamente l’inizio della pandemia di COVID-19. Quest’anno abbiamo voluto dar vita ad una prima iniziativa di comunicazione con l’obiettivo di aumentare la consapevolezza sulla patologia e sulle nostre condizioni di estrema sofferenza. Con la Giornata Mondiale intendiamo far comprendere come l’ipofosfatasia influisce sulle nostre vite, ed è un modo per diffondere la conoscenza anche tra gli operatori sanitari, i familiari e i media”.

L’associazione API ringrazia l’azienda Alexion, Astra Zeneca Rare Disease per il suo supporto non condizionante all’iniziativa. “Essere a fianco delle persone che convivono con una malattia rara e i loro caregiver è l’essenza della nostra missione”, afferma Federica Sottana, Senior Director Medical Affairs di Alexion Pharma Italia, Astra Zeneca Rare Disease. “Come azienda siamo impegnati nella ricerca di terapie innovative, per sostenere il percorso di cura dei pazienti. La partnership con i medici, le associazioni dei pazienti e le istituzioni ci vede uniti per raggiungere insieme questo obiettivo”.

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