Plasma

Dopo il San Matteo di Pavia, anche al Policlinico di Padova è partita una sperimentazione: a parlarne è la dott.ssa De Silvestro, che coordina il progetto

Gli sviluppi della pandemia innescata dal virus SARS-CoV-2 stanno facendo scoccare tutte le frecce all’arco di medici e ricercatori: insieme al ricorso a farmaci come antivirali, antinfiammatori e anticorpi monoclonali, una delle opzioni terapeutiche più caldeggiate è quella che prevede l’utilizzo del plasma dei pazienti guariti, al fine di fornire ai malati gli anticorpi utili a contrastare l’infezione. Tra i primi centri ad avviarsi su questa strada figurano l’Azienda Socio-Sanitaria Territoriale di Mantova e il Policlinico San Matteo di Pavia, centro, quest’ultimo, presso cui è già partito uno studio clinico per valutare l’efficacia terapeutica delle infusioni del cosiddetto “plasma iperimmune” negli individui colpiti da COVID-19 con gravi difficoltà respiratorie.

A livello globale, l’utilizzo del plasma ricco di anticorpi dei soggetti guariti è un’opzione perseguita anche dai medici americani e canadesi ed è stata precedentemente sperimentata in altre condizioni epidemiche, come spiega la dott.ssa Giustina De Silvestro, direttore dell’U.O. Immunotrasfusionale presso il Dipartimento di Medicina Trasfusionale dell’Azienda Ospedale Università di Padova, dove ha preso avvio un analogo protocollo di studio su cinquanta pazienti affetti da COVID-19.

I PRECEDENTI STORICI

“La sieroprofilassi tramite somministrazione del plasma dei guariti non è una proposta nuova”, spiega De Silvestro. “Infatti, vi siamo ricorsi molto di recente per il trattamento di pazienti con infezione in corso da West-Nile virus e, negli anni scorsi, è stata utilizzata anche nel trattamento di casi di Ebola e di pazienti colpiti da insufficienza respiratoria legata all’infezione da SARS-CoV, comparso nel Sud-Est Asiatico, e da MERS-CoV, diffusosi dall’area Medio-Orientale. Inoltre, grazie alla robusta esperienza del nostro ospedale nel settore dell’Onco-ematologia pediatrica, abbiamo potuto osservare che al termine di pesanti cicli di terapia, quando i piccoli pazienti affetti da patologie leucemiche o emato-oncologiche facevano ritorno in famiglia, il loro status di immunocompromessi li rendeva più esposti a patologie, come la varicella, che contraevano spesso da fratelli o sorelle, incorrendo così nello sviluppo di polmoniti interstiziali gravissime, per certi versi analoghe a quelle che osserviamo nei pazienti affetti da COVID-19. Perciò, in assenza di altre terapie, per trattarli ricorrevamo con buoni risultati al plasma raccolto da donatori che avessero contratto la varicella o una forma di herpes zoster”. Il plasma dei guariti è dunque una risorsa terapeutica con una lunga storia alle spalle, collaudata in svariate condizioni mediche, e che adesso, con il medesimo razionale, i medici stanno provando a usare contro la malattia COVID-19.

IL PLASMA IPERIMMUNE

“Bisogna precisare che quella che si basa su plasma iperimmune è una terapia immunomodulante, profondamente diversa da un vaccino”, chiarisce De Silvestro. “Il vaccino determina una immunizzazione attiva, grazie alla quale stimola l’organismo che lo riceve a produrre anticorpi specifici contro una determinata malattia. In questo caso, invece, gli anticorpi sono già stati prodotti da un altro individuo e possono essere trasfusi nel malato che non ne abbia in quantità sufficiente da superare in maniera rapida la malattia. Si parla dunque di una immunizzazione passiva”. Questo filone di ricerca - molto sfruttato anche in Cina, nel cuore della pandemia - parte dal presupposto che il plasma iperimmune, o plasma dei convalescenti, contenga anticorpi capaci di difendere l’organismo dall’attacco del virus e che possano mantenere l’immunità così raggiunta. Un obiettivo che, per essere raggiunto, deve superare la fase teorica e passare attraverso la prova pratica degli studi clinici.

LO STUDIO PADOVANO: LA SICUREZZA PRIMA DI TUTTO

Essendo l’infezione da SARS-CoV-2 una malattia nuova, i ricercatori padovani hanno costruito un nuovo protocollo di studio clinico, partendo da un position paper che traccia le linee guida per la produzione di plasma iperimmune. La sperimentazione è stata poi approvata dal Comitato Etico provinciale e dal Centro Nazionale Sangue, che rappresenta il braccio di Medicina Trasfusionale dell’Istituto Superiore di Sanità. “Il Centro Nazionale Sangue ci ha dato l’autorizzazione a procedere a condizione che il plasma raccolto risponda a requisiti di assoluta sicurezza”, continua l’esperta. “Grazie alla collaborazione con il Servizio di Microbiologia, sono state approntate nuove metodiche diagnostiche per la realizzazione di un’ampia gamma di test necessari a cercare gli anticorpi nel plasma degli ex pazienti e convalidare il prodotto prima che sia trasfuso”.

La sicurezza è un passaggio indispensabile in questo tipo di sperimentazioni, dal momento che il plasma dei donatori viene sottoposto a screening per la ricerca di virus come quello dell’HIV, dell’epatite B e C, della sifilide e, in alcuni periodi, anche del West-Nile. “Non solo, ma come ulteriore step di sicurezza, questo plasma viene sottoposto a un processo di inattivazione tramite aggiunta di un intercalante che si insinua tra le basi dell’RNA virale. Successivamente, l’esposizione ai raggi ultravioletti attiva questa sostanza, bloccando la replicazione dei virus”, precisa De Silvestro. “Con questi metodi abbiamo la garanzia di evitare la diffusione di eventuali altri organismi presenti nel plasma di cui non siamo a conoscenza. Infine, il metodo scelto per l’inattivazione blocca anche altri virus della famiglia Coronavirus, ed è perciò un’ulteriore garanzia di eliminazione di tutte le particelle virali”.

OBIETTIVI E PROSPETTIVE

Lo scopo dello studio in svolgimento a Padova è il trattamento di 50 pazienti con un quadro clinico grave e segni di insufficienza respiratoria. “I candidati all’arruolamento sono individui affetti da COVID-19 che presentino un’insufficienza respiratoria severa o in rapida progressione”, spiega De Silvestro. “Sono pazienti che non si trovano ancora in terapia intensiva ma che sono a rischio di peggioramento. Secondo gli studi, questo è il momento più adeguato per la somministrazione, perché ci offre la possibilità di bloccare il peggioramento dei sintomi, impedendo così il ricovero in terapia intensiva e il ricorso alla ventilazione assistita. Ciò non toglie che potrebbero essere inclusi anche pazienti appena entrati in terapia intensiva, quando si è appena sviluppata una grave insufficienza respiratoria. Tuttavia, l’esperienza dei colleghi cinesi, con cui ci siamo confrontati, ci insegna che se il paziente è ricoverato in terapia intensiva già da 8-10 giorni, questa terapia perde di efficacia”.

Il protocollo di somministrazione prevede infusioni di volumi da 200 a 600 mL di plasma iperimmune una volta al giorno per tre giorni consecutivi, secondo uno schema che può anche essere ripetuto in caso di una risposta positiva più lenta. “I primi dati dovrebbero essere riscontrabili sin dalle somministrazioni iniziali”, conclude De Silvestro. “Contiamo di avere i risultati già nella seconda metà di aprile, proseguendo poi per tutto il mese di maggio”.

UN APPROCCIO IN VIA DI STUDIO A LIVELLO GLOBALE

La dott.ssa De Silvestro e il suo team hanno instaurato una stretta collaborazione bidirezionale con i colleghi dell’Ospedale di Pavia, nell’intento di redigere un protocollo di studio sovrapponibile, sperando così di trattare un elevato numero di pazienti e, di conseguenza, di disporre di informazioni solide sulla validità di un approccio, quello del plasma iperimmune, che potrebbe rivelarsi utile anche nel (probabile) caso si ripresentassero altre epidemie.

A conferma di ciò, insieme al mondo universitario, anche quello farmaceutico si è mosso in questa direzione: da una parte, biotech come Biotest, Bio Products Laboratory (BPL), LFB e Octapharma si sono unite ad un’alleanza costituita da CSL Behring e Takeda, per lo sviluppo di una potenziale terapia di derivazione plasmatica per il trattamento della malattia COVID-19. Dall’altra, Kedrion Biopharma ha fornito ai centri trasfusionali di Mantova, Padova e Pisa, i dispositivi per il trattamento del plasma da soggetti convalescenti, così da poterlo inattivare viralmente e infondere in sicurezza nei pazienti in condizioni critiche. La stessa Kedrion ha inoltre siglato un accordo con Kamada per lo sviluppo di un’immunoglobulina policlonale plasma-derivata Anti-SARs-COV-2. Si tratta di importanti passi avanti per affilare la punta di una freccia terapeutica che tutti si augurano possa centrare in tempi brevi il suo bersaglio.

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