Nicola Specchio, esperto di Sindrome di Lennox-Gastaut ed epilessie rare

 Il Dr. Nicola Specchio (Bambino Gesù): “La maggior parte dei farmaci sono inefficaci, perché riducono le crisi solo del 30-40%”

Roma – “Un ragazzo con sindrome di Lennox-Gastaut, di solito, a 10-15 anni ha già provato tutti i farmaci disponibili”. È sufficiente questa frase del dr. Nicola Specchio a far capire perché questa patologia sia considerata fra le epilessie rare più difficili da trattare. “La risposta è individuale, ma in generale la maggior parte delle opzioni terapeutiche di cui disponiamo oggi sono poco efficaci, perché riducono le crisi solo del 30-40%”, spiega il responsabile dell'U.O.C. Neurologia dell'Epilessia e Disturbi del Movimento dell'Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma.

“La sindrome di Lennox-Gastaut è un'encefalopatia dello sviluppo ed epilettica, la cui eziologia può essere legata ad alterazioni strutturali cerebrali o presenza di mutazioni genetiche. La malattia esordisce intorno ai 3-4 anni e si caratterizza dalla ricorrenza di differenti tipi di crisi epilettiche a frequenza anche quotidiana; tutti i soggetti affetti hanno anche disabilità intellettiva da media a severa. La farmacoresistenza è presente in tutti i pazienti”, prosegue Specchio. Il farmaco antiepilettico più utilizzato da sempre è il valproato, disponibile fin dal 1976, ma nel corso dei decenni sono state adottate altre molecole come il felbamato, la lamotrigina, il topiramato e il levetiracetam, fino ad arrivare all'approvazione europea della rufinamide nel 2007.

Questi farmaci sono tuttora i più frequentemente utilizzati, in varie associazioni: la terapia della sindrome prevede infatti una combinazione di diversi medicinali, a seconda della tipologia delle crisi. Ma la riduzione del numero delle crisi epilettiche resta un problema irrisolto anche oggi, nonostante siano stati sviluppati di recente due nuovi farmaci: il cannabidiolo e la fenfluramina.

Il primo, prodotto da Jazz Pharmaceuticals, è rimborsabile in Italia dal 2021 per le sindromi di Lennox-Gastaut e di Dravet, e dal 2022 per la sclerosi tuberosa; è stato il primo farmaco a base di cannabis di origine vegetale a ricevere l'approvazione dell'Agenzia Europea per i Medicinali (EMA).

“Nella nostra esperienza il cannabidiolo ha dimostrato di migliorare l'andamento della malattia, con un'efficacia e una tollerabilità molto buone”, sottolinea Specchio. “Il farmaco è stato approvato in associazione con il clobazam, che è una benzodiazepina: quindi, se si prescrive questa combinazione, è consigliabile alleggerire la terapia di base per evitare che il paziente assuma cinque o sei farmaci diversi. Le benzodiazepine, infatti, possono indurre sonnolenza, e molte delle crisi nella sindrome di Lennox-Gastaut si presentano soprattutto nel sonno: per questo motivo l'approccio terapeutico prevede di evitare un carico farmacologico eccessivo”.

Un'altra molecola di recente approvazione europea e di provata efficacia è la fenfluramina, prodotta da UCB Pharma. Usata per anni per la cura dell'obesità e poi sospesa dal commercio per questa indicazione, dal 2022 è rimborsabile in Italia per il trattamento della sindrome di Dravet,  ma non ancora per quella di Lennox-Gastaut. Può essere quindi prescritta solo ai sensi della legge 648 del 1996, la quale ha istituito un elenco di farmaci che possono essere erogati a carico del Servizio Sanitario Nazionale qualora non esista una valida alternativa terapeutica.

C'è, infine, un'altra speranza: la sperimentazione del soticlestat, farmaco prodotto dall'azienda giapponese Takeda. Il trial, di Fase III, terminerà nel maggio 2026 e verrà condotto anche in sei centri clinici italiani fra i quali il Bambino Gesù, dove sarà proprio il dr. Specchio a ricoprire il ruolo di principal investigator. “Il soticlestat è un inibitore orale dell’enzima colesterolo 24-idrossilasi (CH24H) che stiamo valutando nei bambini e negli adulti, sia per la sindrome di Lennox-Gastaut che per quella di Dravet. Oggi, in occasione della Giornata Internazionale dell'Epilessia, il mio augurio è che questo studio dia i risultati che ci attendiamo – conclude il neurologo – e che in futuro altri farmaci possano offrire opzioni terapeutiche sempre più efficaci a questa popolazione di pazienti”.

 

 

 

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