La malattia emergerebbe 10 anni dopo l’aver ricevuto sangue infetto ed oltre
Pocchiari intervistato da Alberto Custodero per Repubblica

“Non vi è alcuna evidenza di trasmissione per via ematica” dice l’Aifa parlando della malattia di Kreutzefeldt Jakob, eppure non la pensa allo stesso modo uno dei massimi esperti italiani di prioni, il prof. Maurizio Pocchiari dell’Iss che proprio a Repubblica questa mattina ha detto "La trasmissione della forma "mucca pazza" mediante trasfusione è già stata accertata da tempo. E un nostro studio pubblicato sulla rivista Transufusion per la prima volta al mondo evidenzia un rischio significativo legato a trasfusioni avvenute più di 10 anni prima dell'insorgenza clinica della malattia in pazienti affetti dalla forma tradizionale. È un campanello d'allarme da non sottovalutare".


Lo studio ha infatti esaminato, tra i vari elementi, anche la storia trasfusionale di una serie di pazienti con definita o probabile diagnosi di Kreutzefeldt Jakob e pazienti con diagnosi alternative per un totale di oltre 1.000 persone.

Ne è risultato che nei pazienti che avevano sviluppato la forma sporadica della malattia le trasfusioni effettuate più di 10 anni prima dell’esordio erano 4 volte superiori che nei pazienti che invece nel tempo avevano sviluppato malattie differenti.

Le trasfusioni darebbero dunque un fattore di rischio per lo sviluppo della forma sporadica della malattia, mentre non avrebbero peso per quanto riguarda invece la forma genetica. Questo compiuto dall’Iss è il primo studio che mostra un significativo rischio legato alle trasfusioni.
“Rimane lecito – dicono gli autori nello studio - chiedersi se il significato di questi dati è biologicamente plausibile o la conseguenza delle distorsioni nel disegno dello studio, ma va a controbilanciare precedenti rapporti epidemiologici negativi che potrebbe avere sovrastimato la valutazione della sicurezza del sangue per quanto concerne la forma sporadica della malattia”.
In sostanza, dunque, la sicurezza di cui si parla potrebbe anche non essere così tanto certa e il rischio andrebbe cercato tenendo strettamente conto del lunghissimo periodo di incubazione della malattia di C.J, che è anche superiore ai 10 anni.

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