Deficit di alfa-1-antitripsina

Solo il 10-20% dei pazienti riceve una diagnosi: la malattia viene spesso confusa con altre condizioni cliniche

L’universo delle malattie rare si regge sulla logica intrinseca della coralità, per la quale il miglior risultato è frutto dell’armonica collaborazione di più voci, con competenze diverse, al servizio di un unico scopo. Non sempre, però, il risultato è una melodia piacevole da ascoltare. Se consideriamo, ad esempio, una patologia come il deficit di alfa-1-antitripsina (deficit di AAT o AATD), pur essendoci a disposizione dei mezzi adeguati ad individuarla, rimane un’entità nosologica spesso priva di diagnosi, perché i sintomi che comporta tendono a essere vaghi e sovrapponibili a quelli di altre patologie. Con tutte le conseguenze per i pazienti che ciò comporta.

Il deficit di AAT è un disturbo ereditario contraddistinto dalla riduzione dei livelli sierici di alfa-1-antitripsina, ed è associato ad un aumento del rischio di sviluppare enfisemi polmonari in giovane età e malattie epatiche croniche. Il fatto che la malattia si associ a una serie di problematiche dell’apparato respiratorio, tra le quali asma o bronchiectasie, e a sintomi spesso generici, come difficoltà respiratorie e tosse cronica, contribuisce a farne una realtà medica non sempre facile da riconoscere. Pur essendo il deficit di AAT una patologia relativamente giovane - scoperta nel 1963 - negli ultimi cinquant’anni sono stati compiuti importanti passi avanti per la messa a punto di tecniche per il dosaggio dell’alfa-1-antitripsina (AAT), la cui carenza, appunto, determina l’insorgere della malattia. L’AAT è una proteina, presente nel siero umano, che si comporta come un inibitore delle proteasi sieriche circolanti: in particolare, contrasta l’azione dell’elastasi neutrofila, proteggendo il tessuto polmonare dai meccanismi di degradazione che subentrano in molti processi infiammatori.

L’origine genetica del deficit di ATT è stata definita con la scoperta che l’alfa-1-antitripsina è codificata dal gene SERPINA1: specifiche varianti alleliche di questo gene, ereditate con caratteri autosomici co-dominanti, sono alla base dei vari fenotipi di malattia. Per questa ragione, nella diagnosi del deficit di AAT è importante determinare la concentrazione di alfa-1-antitripsina nel siero o nel plasma e identificare le varianti del gene SERPINA1 mediante processi di fenotipizzazione o genotipizzazione.

Un primo metodo per individuare il deficit di AAT consiste nell’esecuzione dell’elettroforesi delle proteine, tramite cui si osserva la riduzione o l’assenza del picco delle alfa-globuline. Si tratta di un semplice esame di laboratorio, proprio come quello per la determinazione dei livelli sierici di AAT, livelli che dipendono dalla variante allelica che determina la malattia. Ad esempio, le varianti S e Z del gene SERPINA1 sono quelle in cui i livelli di AAT risultano più bassi (negli individui omozigoti ZZ, ad esempio, i valori di AAT oscillano tra 10 e 60 mg/dL, rispetto a un intervallo normale compreso tra 150 e 300 mg/dL).

È stato osservato che i pazienti omozigoti ZZ – ossia con il genotipo associato alla forma più severa di malattia – sono quelli più numerosi (si stima che ce ne siano 120mila in tutta Europa, facendo del deficit di AAT una delle patologie polmonari rare più diffuse). Nel nostro Paese, si stima che siano circa 10mila le persone affette da deficit di AAT, ma solo una piccola parte di esse ha ricevuto una diagnosi. Molti, infatti, convivono con i sintomi della patologia senza sapere a cosa essi siano dovuti.

A tal proposito, le Linee Guida congiunte dell’American Thoracic Society e dell’European Respiratory Society raccomandano l’esecuzione del test diagnostico per il deficit di alfa-1-antitripsina in tutti gli individui con broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO), indipendentemente da età, storia di fumo o etnia; nei pazienti con asma ad insorgenza tardiva; oppure in caso di enfisema precoce (prima dei 45 anni) o in assenza di fattori quali tabagismo o esposizione occupazionale a polveri. Una patologia epatica dell’età pediatrica o adulta, priva di spiegazioni nel contesto clinico dell’individuo, rappresenta un’altra ragione per sospettare il deficit di alfa-1-antitripsina, così come la presenza di panniculiti, vasculiti C-ANCA-positive o bronchiectasie. Un possibile deficit di AAT dovrebbe essere preso in considerazione anche quando, nella storia familiare di un paziente, siano inclusi enfisema, bronchiectasie, epatopatia non altrimenti spiegabile o panniculite.

La formazione del personale medico, unita all’opera di sensibilizzazione messa in campo da organizzazioni come l’Associazione Nazionale Alfa1AT, risultano di fondamentale importanza per giungere a una diagnosi di deficit di alfa1-antitripsina, e per poter eventualmente procedere all’avvio del trattamento con un inibitore dell’alfa-1-proteinasi, che attualmente rimane l’unica terapia specifica autorizzata per i pazienti affetti da malattia in forma grave.

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