Gravidanza

Il tema è stato al centro di un intenso dibattito scientifico che ha visto coinvolti numerosi medici e ricercatori italiani 

Tra i tanti esami a cui deve sottoporsi una donna all’inizio della gravidanza c’è anche la ricerca degli anticorpi IgG e IgM contro il Citomegalovirus, un test di semplice esecuzione ma del quale spesso si ignora il reale valore clinico. Infatti, il Citomegalovirus (CMV) può infettare il feto fino a provocare, in alcuni casi, seri danni uditivi o profonde disabilità sul piano neurologico. Pertanto, il rischio di trasmissione dell’infezione dalla madre al feto costituisce uno degli aspetti da tenere in grande considerazione, soprattutto nelle prime settimane di gravidanza; ciò assume un peso ancora maggiore in funzione del fatto che non esiste un protocollo terapeutico condiviso, anche se, in situazioni di estrema necessità, i medici sono ricorsi a farmaci antivirali o alla somministrazione delle immunoglobuline anti-CMV (CMV-Ig).

La possibilità di trattare con le CMV-Ig le donne in gravidanza che presentino un’infezione da CMV è emersa in seguito alla pubblicazione di alcuni studi clinici: in particolare, uno studio tedesco apparso sulla rivista Ultrasound in Obstetrics & Gynecology depone a favore dell’utilizzo delle CMV-Ig in donne con un’infezione primaria da CMV nel primo trimestre di gravidanza, mentre un altro studio, pubblicato sulle pagine di The New England Journal of Medicine, indica che tale procedura non conferirebbe alcun vantaggio terapeutico. Tutto ciò ha spinto un gruppo di medici e ricercatori italiani a porre a confronto le relative esperienze in un board a porte chiuse specificamente dedicato al trattamento dell’infezione da Citomegalovirus.  

In gravidanza esiste il rischio di trasmissione del virus dalla madre al feto. L’infezione può essere considerata primaria, se si realizza per la prima volta, oppure non primaria; in questo secondo caso le cause possono essere la riattivazione del virus o una seconda infezione. L’infezione materna primaria comporta un aumentato rischio di trasmissione al feto con il rischio di conseguenze gravi, specialmente nel primo trimestre di gravidanza.

È noto che le infezioni da CMV in gravidanza possono essere causa di aborti spontanei, morte del feto o parto prematuro. Inoltre, una frazione compresa tra il 10 e il 15% dei neonati può presentare, alla nascita o nei mesi successivi, l’evidenza di danni a livello neurologico e neurosensoriale: ciò impone di prestare particolare attenzione alla possibilità di un’infezione da CMV nelle donne nel corso della gravidanza. Attualmente, le linee guida non prevedono l’offerta di un programma di screening per individuare precocemente un’infezione da CMV in gravidanza eccetto che in determinate condizioni. L’individuazione di anticorpi di classe IgG e IgM anti-CMV e il ricorso a esami di secondo livello (come il test dell’avidità), sono elementi preziosi per la diagnosi di un’eventuale infezione, sia materna che neonatale. 

Allo stato attuale delle cose, in diverse realtà ospedaliere italiane si fa ricorso a farmaci antivirali per la terapia delle infezioni da CMV in gravidanza. In particolare, il farmaco valacyclovir è stato inserito, ai sensi della legge 648/1996, nell’elenco dei medicinali erogabili a totale carico del Servizio Sanitario Nazionale per la prevenzione dell’infezione fetale e il trattamento della malattia fetale da CMV. Ciononostante, nuove opportunità di cura sono necessarie per fronteggiare l’infezione da CMV in gravidanza.

Nell’esperienza di alcuni centri sul territorio nazionale, la somministrazione di immunoglobuline anti-CMV (CMV-Ig) ha mostrato un potenziale di notevole interesse. Esistono più tipologie di immunoglobuline, con emivita, modalità di espressione e funzioni differenti. Le CMV-Ig sono in grado di agganciare non solo le particelle virali ma anche la cellula infetta e, così facendo, esercitano un ruolo nell’innescare una risposta immunitaria di tipo innato. Da diversi studi in corso è emerso come le CMV-Ig svolgano un ruolo di primo piano anche nei confronti di componenti dell’immunità cellulare e questo potrebbe costituire un elemento di notevole rilevanza per il trattamento sia delle donne in gravidanza, sia dei pazienti sottoposti a trapianti d’organo, per i quali il CMV costituisce un serio pericolo.

Dal confronto dei risultati degli studi clinici precedentemente citati emerge che la precocità di somministrazione delle CMV-Ig rispetto al momento dell’infezione e alla settimana di gestazione sia fondamentale nella profilassi dell’infezione da CMV nelle donne in gravidanza. Inoltre, anche il dosaggio e la frequenza di infusione delle CMV-Ig potrebbero concorrere a determinare esiti diversi, che sono stati oggetto di discussione tra gli esperti.

Il dibattito sull’impiego delle CMV-Ig in donne in gravidanza potrebbe trovare ulteriori elementi quando saranno disponibili i dati del trial clinico di Fase III PreCyssion (Prevention of maternal-fetal Cytomegalovirus transmission after primary maternal infection), in corso per valutare l’efficacia e la sicurezza delle CMV-Ig nel prevenire la trasmissione materno-fetale del Citomegalovirus in caso di infezione materna verificatasi nelle prime 14 settimane di gravidanza.

Nel frattempo, però, rimane prioritario, specialmente tra gli operatori sanitari e le donne nel primo trimestre di gravidanza, mantenere elevato il livello di consapevolezza dei rischi di un’infezione da CMV, sottolineando l’importanza della prevenzione tramite le norme igienico-sanitarie, in modo da ridurre le possibilità di un contagio virale dalle conseguenze potenzialmente molto serie.

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