Julius Cesar’s Disease – A New DiagnosisUno dei maggiori esperti, il dott. Francesco Maria Galassi, ce ne fornisce un esempio nel suo nuovo libro “Julius Cesar’s Disease – A New Diagnosis”. Giulio Cesare soffriva davvero di epilessia?

È di questi giorni la notizia che i resti ossei conservati al Museo Egizio di Torino potrebbero appartenere alla regina Nefertari, consorte del faraone Ramses II, considerata una delle più influenti e rappresentative figure femminili della storia antica. Un team internazionale di scienziati ha eseguito insieme alla datazione al radiocarbonio un approfondito pannello di analisi chimiche, antropologiche e genetiche deducendo che i frammenti delle gambe recuperati più di un secolo fa nella Valle delle Regine dall’archeologo italiano Ernesto Schiaparelli apparterebbero alla nota regina. Alcuni degli esami eseguiti hanno consentito di dedurre anche di quali malattie soffrisse la sovrana che, secondo gli storici, sarebbe vissuta sino ai 40-50 anni. Sono state, infatti, evidenziate tracce di osteoartrosi e osteopenia compatibili con l’età e con uno status sociale poco propenso allo svolgimento di lavori fisici.

Questa ricerca si colloca perfettamente nel campo della paleopatologia, una disciplina antica, iniziata proprio con lo studio delle mummie egiziane e che annovera tra i suoi più eminenti rappresentanti studiosi come il prof. Gino Fornaciari dell’Università di Pisa e il dott. Francesco Galassi dell’Università di Zurigo.

“La paleopatologia è una disciplina di lungo corso” – spiega il dott. Galassi –  “che si occupa dello studio di ossa e resti scheletrici provenienti da vari contesti bioarcheologici e di mummie artificiali come quelle egiziane o naturali come quelle recuperate in scenari naturali (ad esempio Ötzi, la mummia del Similaun n.d.r.). Tuttavia, oltre alla paleopatologia tradizionale e alla storia della medicina esiste un’altra nicchia di lavoro che consiste nella descrizione dei segni medici presenti nell’antichità. Si tratta della paleosintomatologia”.

Meglio conosciuta come paleopatografia (paleo = antico + pato = malattia + grafia = scrivere) questa disciplina, letteralmente, si occupa dell’investigazione di segni clinici e sintomi di una malattia all’interno dei documenti antichi e fonti letterarie. “Esistono numerose novelle di carattere non prettamente scientifico che dimostrano come, nei tempi antichi, l’osservazione dei fenomeni medici fosse molto attenta e scrupolosa.” – continua il dott. Galassi, che della paleopatografia ha fatto il suo principale campo di lavoro  – “La medicina moderna è principalmente fondata sull’esame dei segni e dei sintomi che ci aiutano a inquadrare e comprendere la malattia. Tuttavia, il problema più rilevante quando si affronta lo studio delle patologie nell’antichità è dovuto al fatto che si possono valutare gli effetti della malattia solo su una frazione limitata di tessuto, come pochi centimetri di osso, mentre la comprensione dei segni clinici è fondamentale per sapere se le malattie siano sempre le stesse o se si siano evolute e, in questo caso, come siano cambiate”.

In questa prospettiva diventano essenziali non solo i resti organici ma anche i documenti scritti di prima mano e le fonti letterarie non necessariamente prodotte con finalità scientifiche ma dense di informazioni spesso dovute alle abilità descrittive degli autori. L’analisi dei testi richiede una certa cautela perché le finalità del materiale prodotto non sono scientifiche e, soprattutto, deve avvalersi della collaborazione di esperti filologi in grado di esaminare la lingua e la terminologia utilizzata al fine di evitare fraintendimenti e, in ultima analisi, la formulazione di diagnosi anacronistiche.

L’avanzamento delle conoscenze nel campo della paleopatografia è reso possibile da studi come l’Italian Paleopathology Project, un progetto svizzero diretto dal dott. Galassi e al quale collaborano ricercatori del calibro del prof. Fornaciari e del Prof. Gruppioni, antropologo dell’Università di Bologna. Combinando fonti archivistiche a riscontri biologici su resti umani, il loro lavoro fa luce sull’evoluzione delle malattie con l’obiettivo di capire in quale modo, nel corso dei secoli, esse siano cambiate, al fine di suggerire nuovi approcci alla ricerca clinica e di base per il domani. Guardare al passato per migliorare il futuro sembra essere una filosofia di studio molto saggia e promettente. “L’evoluzione delle competenze ha permesso un approccio di tipo diverso alle malattie” – prosegue Galassi – “Basti pensare a condizioni come la gotta ed altre malattie reumatiche per le quali nei secoli è stato possibile osservare un approfondimento delle conoscenze che ha permesso di aumentare il livello di differenziazione delle cause d’origine”.

Il progresso raggiunto a livello tecnologico nella realizzazione di analisi genetiche e molecolari sui resti archeologici consente di disporre di materiale in grandi quantità anche laddove il campione di partenza si riveli esiguo (sono moltissime le informazioni desunte dalle ginocchia della regina Nefertari senza per questo ridurre o intaccare il reperto di partenza). Quando, invece, sono i sintomi ad essere oggetto d’indagine il materiale di studio è disponibile in quantità notevolmente limitate e ciò rende necessario filtrare ed analizzare nel dettaglio le biografie dei grandi della storia. “Le informazioni ricavate dalle biografie dei principali personaggi storici non hanno un valore fine a sé stesso e non acquisiscono un’importanza legata soprattutto alle cause del decesso” – conclude il dott. Galassi – “ma sottolineano la rilevanza di fatti biomedici riportati proprio perché importanti da un punto di vista generale.”

La morte di Napoleone in seguito al cancro allo stomaco di per sé non aggiunge molto alle gesta del politico francese ma, il fatto che molti membri della sua famiglia fossero affetti dalla medesima patologia ha contribuito a sollevare ipotesi e questioni sull’ereditarietà come fattore di rischio per una forma di questo tumore. Un ulteriore esempio è riportato dallo stesso dott. Galassi e dal dott. Ashrafian nel libro Julius Cesar’s Disease – A New Diagnosis (Pen & Sword History) nel quale i due studiosi approfondiscono la condizione clinica del grande condottiero, affetto da quello che lo storico Svetonio nei suoi scritti definisce morbus comitalis e che per anni si è ritenuto trattarsi di epilessia. Un’attenta e dettagliata analisi investigativa dei testi storici accompagnata da un approccio medico moderno ha consentito loro di proporre una nuova ipotesi clinica cerebrovascolare per la condizione dell’illustre romano, rispondendo ad un quesito storico di grande portata e dimostrando, oggi come un tempo, che una buona indagine dei sintomi è la chiave per una corretta diagnosi.

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