In molti già prevedono un uso concreto nel campo delle malattie rare

L’assegnazione dei premi Nobel per la fisiologia e la medicina, avvenuta ieri, ha suscitato grande soddisfazione nel mondo della scienza e in molti hanno sottolineato l’importanza delle scoperte degli scienziati John B. Gurdon (biologo inglese) e Shinya Yamanaka (chirurgo ortopedico giapponese) per malattie rare. I due neoNobel riceveranno ufficialmente il riconoscimento il prossimo 8 dicembre, ma il loro nome è già nei libri di storia della scienza e, secondo alcuni, come la professoressa Elena Cattaneo dell’Università di Milano, direttore del Laboratorio di biologia delle cellule staminali e farmacologia delle malattie neurovegetative, le loro scoperte sono tali da poterli riscrivere.

 

Per molti scienziati che hanno commentato la notizia le malattie rare sono state uno dei primi pensieri. Il prof. Giuseppe Novelli, genetista dell'Università di Roma Tor Vergata, ha infatti detto che “Gurdon e Yamanaka sono riusciti a far tornare indietro l'orologio biologico delle cellule differenziate trasformando una cellula di adulto, con un cocktail chimico, in una cellula allo stato embrionale. Oggi siamo dunque in grado di prelevare delle cellule adulte dai pazienti affetti da malattie rare per poi trasformarle in staminali e produrre in laboratorio delle linee cellulari che ci consentano di studiare i meccanismi alla base della malattia e i farmaci che potrebbero contrastarla. Le staminali pluripotenti indotte potrebbero anche essere usate come sorgente di staminali per la cura di diverse malattie, ma il loro uso clinico è ancora lontano: al momento si stanno iniziando i primi test sugli animali''.

A sottolineare le potenzialità della scoperta dei due Nobel nel campo delle malattie rare è stato anche il prof. Bruno Dallapiccola, direttore scientifico dell'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. “L’eccezionalità della loro scoperta – ha detto – è nel fatto che questa permette di poter lavorare su cellule adulte, opportunamente riprogrammate per tornare allo stadio embrionale, senza andare a lavorare sugli embrioni”. Certo, ha sottolineato Dallapiccola, “la finalità della scoperta non è principalmente l'applicazione per la terapia diretta (queste cellule sono infatti difficilmente manipolabili), bensì il fatto che tramite questa innovazione è possibile effettuare programmi di studio per capire le basi biologiche delle malattie, quello che avviene alle cellule quando si ammalano".

Esulta, ma è anche più possibilista su un impiego non troppo lontano nel tempo, il prof. Angelo Vescovi direttore della Casa sollievo della sofferenza di San Pio a San Giovanni Rotondo, che proprio sulle staminali sta portando avanti delle sperimentazioni sui pazienti con SLA. Vescovi paragona la scoperta di Yamanaka a quella della relatività di Einstein e racconta: “quando dissi che la scoperta era da Nobel mi diedero del cialtrone, ebbene ho avuto ragione” Riguardo alle sue sperimentazioni aggiunge: “oggi usiamo staminali provenienti dagli embrioni ma fra 3-4 anni potremo usare cellule adulte degli stessi malati da trattare, 'ringiovanendole' e riprogrammandole ad hoc” proprio come indicato dai Nobel.

Che i tempi di applicazione siano più o meno vicini resta il fatto che Le scoperte di Gurdon e Yamanaka, pur rientrando nella ricerca di base, non sono poi così lontane del ‘letto del paziente’. A sottolinearlo è stato il prof. Giovanni Neri, ordinario di Genetica medica dell'Università Cattolica e presidente della Sigu  - Società italiana di genetica umana. “Questa ricerca – ha detto - ha notevoli applicazioni pratiche: dalla cura di malattie come l'infarto del miocardio, ai test in vitro per nuovi farmaci sperimentali. Poter ringiovanire cellule adulte e differenziarle, come se fossero staminali embrionali, apre la strada a terapie a base di cellule del paziente stesso”.
Questo nuovo indirizzo di  studio, che in soli 5 anni ha dato ottimi risultati e permesso di avviare molte ricerche sulle cellule staminali, nonostante in molti Stati fosse stato vietato l’uso delle embrionali, ha naturalmente fatto esultare mondo cattolico, da sempre contrario alla distruzione di embrioni. Non a caso il vicepresidente del Comitato nazionale di bioetica (Cnb), Lorenzo D'Avack, ha affermato “Quello degli esperimenti sugli embrioni è una sorta di nodo gordiano, che questa ricerca taglia di netto perché usando questo processo di ringiovanimento si ottengono cellule in uno stadio che può permettere di ottenere gli stessi risultati possibili con le ‘cellule bambine’.  Per chi parte dall'idea che l'embrione è una persona, questi studi consentono di evitare esperimenti, e quindi in ultima analisi la distruzione degli embrioni ai fini della ricerca”.
Sembra però che il Nobel a Gyrdon e Yamanaka non basterà a fermare del tutto le polemiche, e lo si può intuire dalle dichiarazioni del senatore Ignazio Marino, chirurgo e senatore del Pd, che pur riconoscendo tutta l’innovatività della ricerca premiata ha voluto precisare: “in futuro un danno di un organo potrebbe essere curato con un prelievo di cellule adulte della pelle da reimpiantare, con un autotrapianto, dopo averle riportate indietro allo stadio delle cellule staminali pluripotenti. Tengo a precisare che nella visione di Yamanaka, questo metodo, per quanto promettente, non esclude l'importanza di proseguire le ricerche anche sulle staminali embrionali che devono camminare, secondo lui, 'mano nella mano'”

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