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Il farmaco, per ora, è disponibile solo negli Stati Uniti e in Giappone. In attesa della terapia specifica, gli endocrinologi lavorano all'organizzazione dei Registri di Patologia

Milano – Sono 100 in tutta Italia i pazienti affetti da lipodistrofia, persone che per varie cause, non sempre conosciute, perdono grandi quantità di grasso in alcuni distretti del corpo e le accumulano in altri dove non dovrebbero essere presenti. Il dato epidemiologico fa capire che siamo di fronte a una malattia rara: gli endocrinologi del 6° CUEM (Clinical Update in Endocrinologia e Metabolismo), congresso che si è svolto venerdì scorso all’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, hanno fotografato la loro condizione.

“Le sindromi lipodistrofiche costituiscono un gruppo eterogeneo di malattie caratterizzate dalla perdita più o meno estesa di tessuto adiposo sottocutaneo, in assenza di uno stato di deprivazione nutrizionale o di uno stato di aumentato catabolismo”, ha spiegato il prof. Ferruccio Santini, dell’Unità Operativa di Endocrinologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Pisa. “In base all’eziologia, vengono distinte forme genetiche o acquisite e, in base al grado di perdita del tessuto adiposo, forme generalizzate o parziali. Le forme congenite includono sottotipi a trasmissione autosomica recessiva e dominante, mentre le forme acquisite possono riconoscere una causa autoimmune”.

Queste sindromi sono caratterizzate da bassi livelli circolanti di leptina, un ormone che regola la composizione corporea, il consumo energetico e l’introito calorico. I pazienti affetti da queste patologie presentano frequentemente molteplici alterazioni ormonali e metaboliche: insulino-resistenza con precoce comparsa di diabete mellito, un alto livello di trigliceridi e steatosi epatica non alcolica (NAFLD), con un alto rischio di complicanze cardio e cerebrovascolari spesso fatali, e con una notevole compromissione della qualità di vita. Altra alterazione endocrina frequentemente riportata è la sindrome dell'ovaio policistico (PCOS). In passato, la terapia delle lipodistrofie mirava a ridurne le comorbilità associando dieta, attività fisica e farmaci comunemente impiegati per la cura del diabete mellito e delle dislipidemie, ma con scarsi risultati e senza andare ad agire sulle cause della malattia.

L’unico farmaco specifico per il trattamento di questa patologia è la leptina umana ricombinante, attualmente approvata negli Stati Uniti e in Giappone per il trattamento delle forme generalizzate. Questo enzima ha lo scopo di migliorare le complicanze metaboliche associate alla patologia e diversi studi clinici hanno dimostrato la sua efficacia nel ridurre in maniera statisticamente significativa la glicemia, l’emoglobina glicata (una forma che permette di misurare il livello della glicemia nel tempo), i trigliceridi e il colesterolo totale di questi pazienti. In seguito alla somministrazione sottocutanea giornaliera della leptina ricombinante umana si è assistito anche a una riduzione del peso corporeo, delle fattezze acromegaloidi, degli xantomi (accumuli di grasso sottocutaneo) e delle alterazioni a carico del fegato.

Come ammesso dagli stessi ricercatori, le conoscenze in questo settore sono limitate, sia dal punto di vista epidemiologico che relativamente alla storia naturale della patologia. “Proprio per questo si sta lavorando all’organizzazione e all’ottimizzazione dei Registri di Patologia, che hanno come obiettivo quello di ottenere informazioni utili a definire le dimensioni del problema. Si tratta, inoltre, di uno strumento fondamentale per supportare la ricerca e promuovere il confronto tra operatori sanitari, sia in termini di diagnosi che di terapia”, prosegue Santini.

La lipodistrofia è una malattia rara, poco conosciuta e spesso sottodiagnosticata, che richiede una competenza specifica e che necessita di una condivisione della casistica tra i centri di riferimento per il miglioramento delle conoscenze e l’elaborazione di percorsi clinico-assistenziali comuni. Proprio dal palco del CUEM è partito l’appello ad una migliore gestione e integrazione dei Registri di Patologia per tracciare un identikit preciso dei pazienti e delle forme da cui sono affetti.

“Questa sindrome comprende manifestazioni cliniche differenti che possono interessare contemporaneamente o separatamente le funzioni metaboliche e la distribuzione del grasso corporeo”, ha sottolineato il prof. Andrea Giustina, Presidente del CUEM e della Società Europea di Endocrinologia (ESE). “Si tratta di alterazioni del metabolismo glucidico e anomala distribuzione del grasso corporeo: accumulo di grasso sottocutaneo alla base della nuca, alle mammelle e all’addome, sino alla perdita di grasso con assottigliamento degli arti inferiori e prominenza delle vene sottocutanee, restringimento dei fianchi e delle cosce, assottigliamento del volto (guance) con aumento delle rughe”. È chiamata sindrome perché comprende un'ampia varietà di malattie rare che, pur essendo contraddistinte da diverse cause e manifestazioni, sono accomunate da una perdita di tessuto adiposo sottocutaneo.

La mancanza di questo particolare tipo di tessuto comporta un dannoso accumulo di grassi presso altri organi, principalmente nel fegato, in cui si determinano steatosi epatica, diabete, alterazioni del profilo lipidico e problemi cardiaci come la cardiomiopatia ipertrofica. Tra le forme ereditarie la più importante è nota con la sigla CGL, ossia 'lipodistrofia congenita generalizzata'.

Una patologia che ha anche una spiccata 'caratterizzazione di genere': i 100 casi hanno un rapporto femmine/maschi di 3:1. Nelle donne sembra essere più frequente l’accumulo di grasso, mentre la perdita di tessuto adiposo ma anche la presenza delle alterazioni metaboliche può variare a seconda del sesso. Il fenotipo clinico è simile a quello della sindrome di Berardinelli-Seip, ma la lipoatrofia compare successivamente durante l'infanzia, l'adolescenza o l'età adulta, facendo ritenere che si tratti di una condizione acquisita.

La sindrome si associa ad appetito vorace e accelerazione della crescita durante l'adolescenza. La diagnosi è clinica e dovrebbe essere confermata mediante una valutazione del grasso corporeo, in particolare attraverso l'assorbimetria a doppio raggio fotonico e la risonanza magnetica. Il trattamento dei sintomi metabolici non è diverso da quello impiegato per le altre forme di insulino-resistenza: esercizio fisico, metformina o pioglitazone, insulina e suoi analoghi, anti-ipertensivi e monitoraggio dei livelli di trigliceridi.



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