Bosi: “Individuato chiaramente il paziente ‘scarso mobilizzatore’, potrà avere la terapia adeguata”

Potrebbe essere destinata a diminuire in breve tempo quella percentuale del 20 per cento di pazienti affetti da gravi forme tumorali del sangue, come mieloma multiplo o linfoma, che hanno difficoltà ad accedere al trapianto autologo – o autotrapianto – di midollo. In questa condizione di difficoltà si trovano ogni anno almeno 500 pazienti italiani sui 2600 che avrebbero bisogno di questo trattamento. Per molti di loro rappresenta la terapia di prima scelta. Per queste persone il problema è la difficoltà a raccogliere dal loro sangue le cellule staminali ematopoietiche che sarebbero necessarie. Si parla in questo caso di paziente ‘scarso mobilizzatore’. Sapere prima chi corre questo rischio ed averne la conferma in tempi brevi, indirizzandoli subito alla terapia necessaria per risolvere il problema, sarà ora possibile grazie all’applicazione di una ‘consensus’ raggiunta da 8 dei massimi esperti italiani*, solo alcuni di quelli che sono riuniti nel GITMO – Gruppo Italiano Trapianto di Midollo Osseo, presieduto dal prof. Alberto Bosi, professore di Ematologia presso l’Università di Firenze. La novità è stata annunciata il 5 maggio scorso proprio nel corso della riunione annuale del GITMO; la consensus sarà pubblicata entro un paio di mesi sulla più importante rivista scientifica del settore: Bone Marrow Transplantation. Osservatorio Malattie Rare ha voluto parlarne direttamente con il prof. Bosi.

Ci spieghi bene qual è il problema dello ‘scarso mobilizzatore’.
Chi è affetto da alcune malattie come il mieloma o il linfoma può sperare di guarire con il trapianto autologo di midollo, autologo significa non da donatore, ma usando il proprio. Comporta il vantaggio che non ci siano reazioni avverse e le probabilità di riuscita sono molto più alte. Perché il trapianto riesca ed attecchisca, però, bisogna prelevare molte cellule staminali ematopoietiche, come minimo due milioni per ogni chilogrammo di peso del paziente, ma per sicurezza spesso se ne chiedono anche di più. Oggi il prelievo non si fa più direttamente dal midollo spinale, si usa invece una terapia a base di un fattore di stimolazione delle colonie granulocitarie (G-CSF) che dovrebbe far andare queste cellule dal midollo al sangue da cui poi vengono raccolte con un procedimento che è simile alla donazione del sangue, l’aferesi. C’è però un 20 per cento di pazienti in cui questo rilascio di cellule ematopoietiche nel sangue non avviene, o avviene troppo poco, e questo non consente di raccoglierne abbastanza da avviarli al trapianto. A queste persone, che sono appunto gli scarsi mobilizzatori, viene a mancare una importante possibilità di cura.
Da dove deriva la necessità di una ‘consensus’?
Viene dal fatto che fino ad oggi non c’erano parametri e criteri di lettura unanimemente condivisi che permettessero alla comunità scientifica internazionale di individuare con certezza chi potesse essere definito scarso mobilizzatore. Ora, una volta stabilito questo, è possibile capire più velocemente e senza incertezza cosa sta succedendo e prendere le decisioni del caso, senza perder tempo. Visto che oggi c’è una terapia che permette di superare il problema, una volta individuati chiaramente, questi pazienti si possono trattare. La consensus darà dunque agli specialisti uno strumento di valutazione più efficace per trattare con l’autotrapianto un maggior numero di pazienti,  per valutare i candidati a questo tipo di procedura e permetterà di eliminare una situazione ambigua che poteva portare a disparità di approccio.
Cosa si farà, dunque, d’ora in poi di fronte ad un paziente di questo tipo?
Intanto grazie a questi criteri non ci saranno perdite di tempo, ci saranno tutti gli elementi per capire se il paziente è scarso mobilizzatore, senza dover fare ulteriori valutazioni, che sono un costo in termini economici e di tempo. Su questi pazienti si potrà dunque usare un farmaco nuovo, che a breve dovrebbe arrivare in commercio, e che favorisce in questi pazienti il rilascio delle staminali dal midollo al sangue. Grazie a questo possiamo avviare anche gli scarsi mobilizzatori verso il trapianto e raccogliere in un numero minore di sessioni di aferesi tutte le cellule che sono necessarie.

*IL GRUPPO DI LAVORO DELLA CONSENSUS
Attilio Olivieri - U.O.di Ematologia e Trapianto di Cellule Staminali Ospedale San Carlo di Potenza - Monia Marchetti – Unità di Ematologia dell’Ospedale Cardinal Massaia di Asti -  Roberto Lemoli – Dipartimento di Ematologia e Scienze Oncologiche “L. & A. Seràgnoli” dell’Università di Bologna - Corrado Tarella – Unità di Ematologia e Terapia Cellulare A.O. O. Mauriziano e Centro di Biologia Molecolare dell’Università di Torino -  Antonio  Iacone – Dipartimento di Medicina Trasfusionale dell’Ospedale dello Spirito Santo Pescara - Francesco Lanza – Ematologia dell’Ospedale di Cremona - Alessandro Rambaldi – Onco-ematologia degli Ospedali Riuniti di Bergamo -  Alberto Bosi – Ematologia di Firenze e Presidente del GITMO

Corresponding author: Attilio Olivieri - Unità Operativa di Ematologia, Ospedale San Carlo di Potenza

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