Un team di lavoro italiano ha vagliato i dati di letteratura sull’uso dell’immunoterapia per questo tipo di tumore

Scambiarlo per un nevo, un tumore benigno della pelle, è praticamente impossibile. Il carcinoma a cellule di Merkel (MCC) è un raro e aggressivo carcinoma neuroendocrino che si presenta come un bozzo rossastro e che insorge con maggiore frequenza nella zona del capo e del collo ma con tendenza a dare metastasi. Generalmente colpisce i soggetti anziani di sesso femminile e tra i fattori di rischio annovera l’infezione da polyomavirus e uno stato immunodepresso.

La chirurgia rappresenta la forma di trattamento prescelta per le forme localizzate non in metastasi, con possibilità di allargare l’intervento ai linfonodi nel caso la malattia si presenti localmente avanzata, anche in associazione a radioterapia adiuvante. A questo stadio i risultati di un trial clinico hanno suggerito che il trattamento chemio-radioterapico concomitante possa avere un effetto positivo sul controllo loco-regionale e sulla sopravvivenza globale. Nel caso, invece, di un carcinoma a cellule di Merkel metastatico, non operabile chirurgicamente, la chemioterapia ha un ruolo palliativo e, purtroppo, la prognosi per i pazienti non è affatto buona.

Tuttavia, in tempi più recenti è emerso prepotentemente il ruolo degli inibitori dei checkpoint immunitari. Si tratta di anticorpi monoclonali, come avelumab e pembrolizumab, che si legano a particolari recettori: infatti, le cellule tumorali tendono a esprimere diversi antigeni sulla loro superficie, uno di questi è PD-L1 che si lega al recettore PD-1, presente invece sulla superficie cellulare degli elementi che regolano la risposta immunitaria. Questo legame impedisce alle cellule del sistema immunitario di svolgere regolarmente la loro funzione, per cui i ricercatori hanno pensato di sviluppare anticorpi specifici contro i recettori PD-L1 e PD-1, per favorire così la riattivazione delle cellule del sistema immunitario e dirigerle in tal modo contro il tumore. L’immunoterapia si sta rivelando un campo di profondo interesse nella lotta a tanti tipi di tumore e la scoperta della predisposizione del carcinoma a cellule di Merkel a insorgere in pazienti immunodepressi e l’identificazione dell’espressione di PD-L1 in diversi campioni istologici di tumore ha fatto pensare che questa strategia possa essere utile anche per contrastare questo tipo di tumore neuroendocrino.
 
In una revisione critica e aggiornata pubblicata sulla rivista Journal of Cancer Research and Clinical Oncology, un gruppo di studio italiano ha analizzato le evidenze cliniche più rilevanti sul corretto uso dell'immunoterapia per il trattamento del carcinoma a cellule di Merkel. Secondo recenti studi, si è visto che avelumab, bloccando il recettore PD-L1, interagisce con il legame PD-1/PD-L1 e stimola le cellule del sistema immunitario ad attaccare le cellule neoplastiche. Quindi, contrariamente alla chemioterapia che attacca le cellule tumorali – distinguendole con più difficoltà e in maniera meno specifica da quelle sane – l’immunoterapia sfrutta l’azione del sistema immunitario per combattere in maniera mirata il tumore. Nello studio clinico JAVELIN Merkel 200, il tasso di risposta a questa terapia è stato del 33% (un terzo dei pazienti ha riportato una risposta completa). Inoltre, le risposte si sono protratte nel tempo arrivando, nel 45% dei pazienti, a un anno. L’efficacia del farmaco e la risposta positiva durevole si sono rivelate determinanti per il riconoscimento della rimborsabilità del farmaco da parte dell’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA).

La terapia con gli inbitori del legame PD-1/PD-L1 è, quindi, al centro del palcoscenico e può essere proposta nell’ambito di studi clinici non solo di prima linea. Perciò, i ricercatori italiani hanno eseguito un confronto sistematico della letteratura per tentare di rispondere ad alcune domande che accompagneranno le prossime ricerche: esistono criteri predittivi di risposta all'immunoterapia? Qual è il posto corretto dell'immunoterapia nell'algoritmo di trattamento del carcinoma a cellule di Merkel? Qual è la scelta migliore in caso di fallimento dell'immunoterapia? Cosa fare con i pazienti per i quali l’immunoterapia non è stata praticabile o controindicata? Per quanto tempo deve essere prolungata l'immunoterapia e quale follow-up dovrebbe essere offerto dopo una risposta completa? Non ci sono ancora tutte le risposte a queste domande ma, fortunatamente, non mancano protocolli clinici all’interno dei quali esse possano essere trovate.

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