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I fibroblasti nei pazienti con IPF hanno dimostrato di proliferare in modo simile alle cellule neoplastiche nei tumori, e il blocco del gene FOXM1 può ridurre la loro attivazione

Ann Arbor (U.S.A.) – Il blocco del gene FOXM1 può ridurre l'attivazione dei fibroblasti e il processo patologico della fibrosi polmonare idiopatica (IPF): a dimostrarlo, in un recente studio, è stato il team di Marc Peters-Golden, professore di medicina interna presso la Divisione di Medicina Polmonare e Terapia Intensiva della Michigan Medicine (USA), e del ricercatore L. Raghu Penke. I risultati della ricerca sono stati pubblicati sul Journal of Clinical Investigation.

“Il ruolo di FOXM1 all'interno dei fibroblasti polmonari nella fibrosi polmonare non era mai stato studiato prima”, ha detto Peters-Golden. “Abbiamo dimostrato che, in linea di principio, se blocchiamo FOXM1, possiamo ridurre l'attivazione dei fibroblasti e il processo della stessa fibrosi”. L'IPF è caratterizzata da cicatrici tissutali negli organi, principalmente nei polmoni. I pazienti diagnosticati hanno in genere un'aspettativa di vita da 3 a 5 anni, e il decesso avviene più frequentemente a causa di insufficienza respiratoria. I fibroblasti nei pazienti con IPF hanno dimostrato di proliferare ed espandersi in modo simile alle cellule neoplastiche in un tumore.

A causa delle tante analogie della IPF con il cancro in relazione ai fibroblasti, il prof. Peters-Golden e il suo team sono giunti a FOXM1, che – come dimostrato dalla ricerca precedente – promuove la crescita delle cellule tumorali. Uno studio della Ohio State University, infatti, nel 2015 ha identificato tre geni che insieme consentono ad una forma letale di cancro al cervello, il glioblastoma multiforme, di ripetersi e progredire dopo la radioterapia: uno di questi è appunto FOXM1.

Il team di ricercatori della Michigan Medicine, creando dei modelli murini, ha esaminato i fibroblasti polmonari dei pazienti con IPF e dei topi (la cui fibrosi era stata provocata da un farmaco tossico): è stato scoperto che entrambi i gruppi avevano avuto un aumento dei livelli di FOXM1.

Il prof. Peters-Golden ha spiegato i meccanismi dello studio: “Dopo aver modificato geneticamente i topi per eliminare il gene FOXM1 dai fibroblasti fibrotici, abbiamo somministrato un farmaco tossico che causa la fibrosi e il risultato è stato che i topi erano sostanzialmente protetti. Questo ci ha mostrato che FOXM1 nei fibroblasti era importante per il processo di fibrosi”. Successivamente, dopo aver somministrato ai topi non affetti la siomicina, un composto sperimentale progettato per bloccare FOXM1, il team ha osservato che il farmaco previene la fibrosi in vivo. “Quando abbiamo bloccato FOXM1, sia con il farmaco che con l'approccio genetico, abbiamo ridotto l'accumulo di fibroblasti e diminuito la produzione di proteine cicatriziali, indicando che l'eccesso di FOXM1 sembrava contribuire al cattivo comportamento dei fibroblasti”, ha affermato Peters-Golden.

Dato che la siomicina non è approvata per l'uso negli esseri umani, si sta lavorando per sviluppare farmaci per bloccare l'iperattività di FOXM1 nelle cellule tumorali. Se tali farmaci dimostreranno di essere sicuri negli esseri umani, potrebbero essere testati in studi clinici per la IPF ed eventualmente, in futuro, per altre malattie cicatriziali del polmone e di altri organi. Nella prossima ricerca, il prof. Peters-Golden e il suo team intendono valutare come l'inibizione o l'eliminazione di FOXM1 influenzi i topi con un grado di fibrosi più avanzato.

La statunitense Food and Drug Administration tre anni fa ha approvato i primi farmaci per la IPF, ma tutte le terapie autorizzate hanno solo il potenziale per rallentare la progressione della malattia: non invertono la fibrosi che si è già sviluppata. I farmaci approvati comprendono una varietà di medicinali per il cuore, alcuni antibiotici, la chemioterapia e i gli antinfiammatori. “Sebbene avere a disposizione alcune opzioni di trattamento per la IPF sia senza dubbio un vantaggio – ha concluso Peters-Golden – a mio parere, questi farmaci sono come quando nel baseball si smorza la palla, piuttosto che fare il fuoricampo che tutti noi vogliamo”.

Per ulteriori informazioni è possibile consultare il comunicato stampa della Michigan Medicine.

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