Tomaso Cocco

Il dr. Tomaso Cocco (Cagliari): “In 4-6 sedute, il trattamento ha permesso a tante pazienti di riprendere le normali abitudini di vita, compresa quella sessuale” 

Cagliari – Una malattia ginecologica cronica, difficile da raccontare e frequentemente non diagnosticata, che interessa circa il 15% delle giovani donne: è la vulvodinia, e i sintomi che la caratterizzano sono dolore, bruciore, prurito locale a carico della vulva e dei tessuti che circondano l’accesso alla vagina. “Le cause di questa condizione, ad oggi, sono ancora imprecisate, ma è sempre più riconosciuta come patologia dolorosa a tutti gli effetti”, spiega il dr. Tomaso Cocco, Direttore della Struttura Semplice Dipartimentale di Terapia del Dolore presso l'Ospedale “Binaghi” di Cagliari. “Si tratta di una condizione che impatta fortemente sulla vita quotidiana, sociale, affettiva e sessuale. Interessa tutte le età, presenta un’incidenza in continuo aumento e soltanto in Italia colpisce circa 4 milioni di donne”.

Dr. Cocco, in che modo è possibile diagnosticare la vulvodinia?

“La diagnosi è di tipo clinico: è importante raccogliere un’attenta anamnesi e valutare la risposta dolorosa a stimoli locali. Spesso si giunge alla conclusione diagnostica dopo un lungo percorso di approfondimenti e terapie di scarsa riuscita. Un’adeguata campagna d’informazione è importante per migliorare la conoscenza della patologia e per facilitare l’accesso ai servizi dedicati alla presa in carico delle donne affette”.

Quali trattamenti sono ad oggi disponibili?

“L’approccio farmacologico è tradizionalmente il più riconosciuto. In particolare, tra i farmaci più utilizzati, sia ad uso locale che sistemico, vi sono quelli per il controllo del dolore neuropatico; in alcuni casi si ricorre all’associazione con amitriptilina e altri farmaci implicati anche nella regolazione della soglia del dolore e del tono dell’umore. Un approccio riabilitativo del pavimento pelvico, inoltre, risulta spesso indicato in associazione a quello farmacologico”.

In cosa consiste l’approccio terapeutico da lei proposto e che risultati ha ottenuto?

“Il team della SSD di Terapia del Dolore dell’Ospedale Binaghi da tempo applica un nuovo approccio terapeutico con uso combinato del trattamento locale con cortisonici e analgesici sul plesso pudendo, da effettuarsi sotto guida ecografica, e terapia orale con la cannabis terapeutica. Il blocco del nervo pudendo avviene mediante accesso transgluteale, si effettua in 4-6 sedute e si rivela di grande utilità se associato a utilizzo della cannabis orale con una posologia specifica per ogni paziente, in relazione alla sintomatologia clinica, al peso e ad altri aspetti. Questo approccio si è rivelato di grande beneficio per le numerose pazienti trattate, precedentemente non responsive ai trattamenti convenzionali farmacologici, chirurgici (incisione e rimozione di parte dell’epitelio del vestibolo) e riabilitativi (ginnastica del pavimento pelvico). In particolare, nella nostra esperienza, questo trattamento ha permesso a tante pazienti affette da vulvodinia di riprendere le normali abitudini di vita, compresa quella sessuale”.

Quali sono le principali difficoltà delle donne affette da vulvodinia? Crede che la patologia dovrebbe essere riconosciuta come malattia cronica e invalidante, e quindi inserita nei LEA?

“Il 3 maggio dello scorso anno è stata presentata alla Camera una proposta di legge per il riconoscimento della vulvodinia e della neuropatia (o nevralgia) del pudendo nei LEA, i Livelli Essenziali di Assistenza del Servizio Sanitario Nazionale. L'iniziativa prevede il riconoscimento di queste due condizioni come malattie croniche e invalidanti, l’individuazione di centri di riferimento pubblici regionali per il corretto trattamento del dolore pelvico e l’esenzione per le relative prestazioni sanitarie, l’istituzione di una commissione nazionale finalizzata a emanare le linee guida per i PDTA (Percorsi Diagnostici Terapeutici Assistenziali), nonché l’istituzione di un registro nazionale per la raccolta dati e la promozione di una formazione medica specifica sul tema. Oltre a questo, la proposta mira alla promozione di attività di sensibilizzazione, di informazione e di prevenzione nella popolazione generale, al fine di rendere questa patologia sempre più conosciuta, evitare che sia sottodiagnosticata e facilitare l’accesso ai percorsi sanitari. Le donne con vulvodinia, oggi, soffrono infatti la cronicità del dolore spesso non riconosciuto, l’impatto che questa sintomatologia può avere sulle normali attività della vita quotidiana e le difficoltà di un percorso diagnostico e di presa in carico da parte di servizi dedicati”.

Leggi anche: “Vulvodinia, il percorso di Asia: dopo anni di dolori la svolta grazie a una speciale terapia

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