Spiaggia

Le storie di Anita e Francesca: un'estate fra barriere architettoniche e mancanza di sensibilità. La discriminazione: “I disabili come voi non li carichiamo”

Il problema, sicuramente, sono i costi necessari all'adeguamento delle strutture, ma ancora più spesso si tratta di scarsa sensibilità. Il risultato, in ogni caso, è che meno del 10% degli stabilimenti balneari italiani sono accessibili per le persone con disabilità: lo riporta un’inchiesta a puntate pubblicata su IlFattoQuotidiano.it. Secondo un’indagine di Unioncamere, basata sui dati del Registro delle Imprese della Camera di Commercio, gli stabilimenti balneari in Italia sono 7.173, e fra questi solo 650 risultano del tutto inclusivi. Certo, rispetto a dieci anni fa la situazione è decisamente migliorata, ma c'è ancora tanta strada da fare.

“Molte persone con disabilità si trovano ad affrontare diversi ostacoli che limitano la loro capacità di godere appieno dell’esperienza in spiaggia. Eppure l’apparato normativo è chiaro e assolutamente specifico sulla tutela dei loro diritti”, sottolinea Alessandro Chiarini, presidente del Coordinamento Nazionale Famiglie con Disabilità (CONFAD). Infatti, la prima norma sull'abolizione delle barriere architettoniche è di oltre cinquant'anni fa (l’articolo 27 della Legge 118/1971); concetti poi ribaditi dall'articolo 23 della Legge 104/1992. Eppure, basta fare una passeggiata in qualunque spiaggia della nostra penisola (o delle nostre isole) per capire che queste norme vengono perlopiù ignorate.

Scalini, ostacoli, terreni accidentati, servizi igienici non a norma, barriere, salite e discese: tutti questi elementi continuano a rendere un incubo le vacanze di chi ha una disabilità. I pochi stabilimenti virtuosi sono elencati nelle guide del Corriere della Sera e dei siti Disabili.com e Disabilinews.com, mentre per la Sardegna è costantemente aggiornata la pagina Facebook SardegnAccessibile. Possiamo dire che l’Italia “ci sta lavorando”, tanto che dal 30 maggio di quest’anno è in discussione in X Commissione Attività produttive della Camera una proposta di Legge contenente “Disposizioni in materia di turismo accessibile e di partecipazione delle persone disabili alle attività culturali, turistiche e ricreative”. Il problema, però, è più esteso e non riguarda solo il turismo e gli stabilimenti balneari, ma tutti gli ambiti della vita quotidiana. Come dimostrano le vicende di Anita e di Francesca, avvenute quest'estate, le difficoltà ci sono tutti i giorni, in estate e in inverno, al mare e in città.

ANITA E LA GITA IN BARCA: “I DISABILI COME LEI NON LI CARICHIAMO”

Scarsa sensibilità, dicevamo: un fatto che pesa molto di più rispetto al dispiacere per una gita in barca negata. Sono stati infatti i modi e il linguaggio usato ad offendere Anita Pallara, 34enne di Bari affetta da atrofia muscolare spinale e presidente dell’associazione “Famiglie SMA”. In vacanza alle “Maldive del Salento”, nella zona di Marina di Pescoluse, in provincia di Lecce, Anita è andata personalmente a chiedere se l'escursione fosse possibile per le persone con disabilità che, come lei, hanno bisogno di una carrozzina elettrica per spostarsi.

Dopo aver ricevuto diverse rassicurazioni in merito, ha deciso di acquistare il biglietto, ma al momento dell'imbarco ha capito che quello che le era stato detto non corrispondeva alla realtà. “C'era una passerella strettissima ma, oltre a questo, il capitano ha detto alle persone che erano insieme a me, e senza nemmeno rivolgersi direttamente a me, una cosa veramente spiacevole e grave: 'Noi i disabili li carichiamo, ma non quelli così'. E mi ha indicato, senza mostrare il minimo dispiacere. Poi ci ha chiesto di spostarci perché doveva imbarcare gli altri passeggeri. Così siamo rimasti in strada, con in mano i soldi che ci hanno restituito”, ha raccontato Anita a Fanpage.it.

“In Italia abbiamo un problema di turismo accessibile. Capita spesso che una persona con disabilità si trovi in situazioni come questa, soprattutto chi ha le forme più gravi, diciamo. Ogni volta bisogna chiamare e accertarsi che non ci siano barriere architettoniche. Nel nostro Paese non è ancora diffusa l'idea che le persone con disabilità siano come tutte le altre, che vadano al cinema o al ristorante”, prosegue. “Spero che denunciare queste vicende possa portare maggiore consapevolezza. È importante far capire che le persone disabili fanno una vita che prevede attività diverse come chiunque altro. E se racconti di questo tipo riescono a sensibilizzare anche solo due imprenditori, albergatori o ristoratori a rendere i propri locali e le loro struttura accessibili, la ritengo già una cosa positiva”, conclude Anita Pallara.

FRANCESCA E LA PEDANA PORTATILE: “SEMPRE CON ME, È UN ATTO DI SOPRAVVIVENZA”

Dal mare alla città, le difficoltà non cambiano. Lo dimostra la foto pubblicata su Facebook da Francesca Arcadu, vice presidente della UILDM di Sassari (Unione italiana per la lotta alla distrofia muscolare) e già consigliera comunale della città, che ritrae una pedana portatile riposta sul sedile della sua macchina. Un oggetto che porta sempre con sé; costato poche decine di euro, le è indispensabile per rendere il mondo un posto un po’ più accessibile.

“C’è un dilemma che spesso attanaglia la coscienza di molte persone con disabilità che si muovono in carrozzina. Si tratta di trovare la soluzione all’inaccessibilità quasi totale dei luoghi in cui viviamo ogni giorno”, scrive Francesca. “Devi cercare un commercialista? È un casino trovarne uno in un palazzo accessibile. Il medico di base? Spesso si trova in ambulatori con gradini o scale. Vai per negozi, locali, luoghi di ritrovo e vita sociale? Vanno scelti fra una rosa striminzita di posti privi di barriere architettoniche. Così tu, disabile con molti anni di esperienza e arrabbiature sulla pelle, alla fine cerchi su Amazon la soluzione per la tua bile e ti doti di pedanine di media altezza da tenere in macchina per le emergenze”.

Ma qui scatta il dubbio: è giusto che Francesca abbia dovuto comprare la pedana, o era un dovere della società progettare un mondo in cui quell'oggetto fosse inutile? “Fare così è senz’altro un gesto di sopravvivenza, dettato da decine e decine di richieste, discussioni, trattative e speranze andate a male. Quando arrivi e non c’è soluzione per l’ingresso, tiri fuori la pedanina e devi solo sperare che il gradino che volevi superare sia della stessa altezza. Ma così facendo non stai risolvendo il problema al posto di chi dovrebbe preoccuparsi di progettare senza barriere, fare i controlli, rendere accessibile il suo studio, ambulatorio o locale? Siamo noi che dobbiamo sopportare il peso dell'accessibilità, portandoci dietro la soluzione, oppure abbiamo il dovere di chiedere che sia la società tutta a pensare di accoglierci senza trattative e discussioni stancanti?”, si chiede Francesca Arcadu. “Nel dubbio, io le pedanine le tengo in macchina. Ci sono giorni in cui non ho proprio voglia di nient'altro se non di vivere la mia vita con meno problemi possibile”.

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