Francesco Carugi

La multinazionale spagnola ha avviato un progetto per lo sviluppo di una terapia mirata a base di immunoglobuline

Ad oggi, nell’ampio panorama di farmaci e trattamenti in sperimentazione contro il SARS-CoV-2, ad avere un ruolo da protagonista è sicuramente la terapia con plasma iperimmune, ossia il plasma ricavato da persone che hanno contratto e superato la malattia COVID-19. Questo particolare approccio è noto tanto agli immunologi quanto alle grandi case farmaceutiche, tra le quali anche Grifols, da sempre focalizzata nel settore degli emoderivati. Nell’attuale situazione di emergenza mondiale, la società ha sviluppato un programma per la produzione di immunoglobuline destinate al trattamento dei pazienti affetti da COVID-19, invitando coloro che sono guariti dalla patologia a recarsi in centri specializzati per donare il proprio plasma.

In Italia, il ricorso alla terapia con plasma iperimmune per l'infezione da SARS-CoV-2 è attualmente allo studio nei poli ospedalieri di Pavia, Mantova e Padova, ma il suo uso come profilassi di malattia è conosciuto da più di cinquant’anni e ha trovato largo impiego anche nell’ultima epidemia provocata dal virus Ebola in Liberia. Proprio grazie ad un’attiva partecipazione in questo scenario, Grifols ha consolidato la sua esperienza nel settore e oggi punta alla produzione di immunoglobuline specifiche da somministrare alle persone affette da COVID-19, prodotte a partire dal plasma dei pazienti guariti.

Quando un individuo si ammala di COVID-19 e guarisce, il suo organismo sviluppa anticorpi contro il virus”, spiega Francesco Carugi, Amministratore Delegato di Grifols Italia Spa. “Le immunoglobuline che si trovano nel plasma possono dunque essere infuse in un malato, aiutandolo così a sviluppare una risposta anticorpale”. Il principio è lo stesso che si applica, ad esempio, in caso di ferite da taglio, penetranti. In tali circostanze si pratica la vaccinazione anti-tetanica e si somministrano le immunoglobuline, che sono anticorpi concentrati e prodotti da altre persone contagiate dal tetano: una volta infuse nel paziente, inducono l’organismo a produrre una maggiore risposta anticorpale.

Lo sviluppo di immunoglobuline anti-COVID-19 inizia dunque con la raccolta di plasma iperimmune, ed è un processo piuttosto lungo che deve sottostare a rigidi parametri di qualità e sicurezza. Nel cuore della pandemia di Coronavirus, però, i tempi ristretti dettati dall’emergenza hanno spinto diversi centri ospedalieri ad optare per l’avvio di protocolli in cui ai pazienti è stato direttamente somministrato il plasma iperimmune. Grifols, invece, ha siglato un accordo di collaborazione con la Food & Drug Administration statunitense, con la U.S. Biomedical Advanced Research Authority (BARDA) e con altre organizzazioni federali per favorire la raccolta del plasma dai pazienti guariti e destinarlo alla produzione di immunoglobuline anti-COVID-19. “Negli Stati Uniti e in Germania, Grifols dispone di circa 300 centri di donazione per raccogliere il plasma iperimmune, che sarà poi portato negli impianti della società”, prosegue Carugi. “Tutto ciò nella speranza di rendere disponibile sul mercato, entro breve termine, un’immunoglobulina specifica da usare nella terapia del COVID-19”.

Il progetto, ovviamente, richiede una capillare organizzazione: al momento della donazione, i pazienti devono avere una diagnosi di COVID-19 confermata da tampone oro-faringeo e una completa risoluzione dei sintomi da almeno 28 giorni, oppure, in alternativa, una completa risoluzione dei sintomi da almeno 14 giorni e un esito negativo del tampone a conferma. Ma ciò non è ancora sufficiente perché, oltre ad essere clinicamente guarito e non essere più positivo al tampone, il donatore deve possedere gli anticorpi nella concentrazione giusta per bloccare l’infezione e, soprattutto, nel suo plasma non devono essere presenti patogeni. “Per questa ragione, ma non solo, in parallelo alle attività nella filiera del plasma, Grifols ha messo a punto un test diagnostico per la ricerca del virus SARS-CoV-2 basato sulla tecnologia nota come Transcription Mediated Amplification”, afferma ancora Carugi. “Questa tecnologia serve a rilevare il virus con una sensibilità equivalente, quando non addirittura superiore, a quella della PCR, ed è attualmente usata nelle banche del sangue e nei centri trasfusionali di tutto il mondo”.

Un doppio impegno, quello messo in campo da Grifols contro il SARS-CoV-2, che si traduce in un contributo tanto sul piano diagnostico quanto su quello terapeutico, entrambi importanti in un momento estremamente delicato come quello che stiamo vivendo, dominato dalla presenza di un virus altamente contagioso per cui non esiste ancora un’apposita terapia.

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