Prima possibilità di cura per la malattia degenerativa in Italia. FDA ha ora approvato gli impianti anche negli Stati Uniti

Ho visto finalmente la sagoma di mia figlia, nata quando già avevo perso la vista”. Queste le parole di uno degli 8 pazienti affetti da retinite pigmentosa che si sono sottoposti, per primi al mondo, a un impianto di protesi retinica presso il reparto di Chirurgia oftalmica dell'Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana. Una vera rivoluzione, commentano i medici e i ricercatori coinvolti nei primi passi di questo nuovo percorso terapeutico, l’unico per questo tipo di disturbo che colpisce 1 italiano su 4 mila e che ancora oggi non può essere trattato con farmaci scientificamente validati.

La protesi è un microchip che viene impiantato direttamente sulla retina, ideato appositamente per aggirare i danni causati dalla retinite pigmentosa ai fotorecettori, cioè quegli elementi che catturano gli impulsi visivi provenienti dall’esterno e li trasmettono, attraverso il nervo ottico, al centro di elaborazione di immagini del cervello. Un sistema di trasmissione efficiente che, però, la malattia colpisce all’ingresso, impedendo quindi la ricezione iniziale degli stimoli luminosi. Oltre all’impianto interno, il sistema di protesi retinica della californiana Second Sight è completato da un paio di occhiali indossati dal paziente che consentono di catturare le immagini dall’esterno attraverso una piccola videocamera. Il video viene elaborato e trasformato in istruzioni in un microcomputer collegato agli occhiali e indossato dal paziente come un  comune smartphone nella propria custodia. Le istruzioni vengono quindi catturate dal microchip impiantato nell’occhio del paziente, attraverso una trasmissione wirless, e i segnali convertiti in impulsi elettrici capaci di stimolare le cellule della retina ancora funzionanti.

I pazienti, dopo l’impianto, imparano a interpretare questi stimoli recuperando funzionalità visiva – spiega Stanislao Rizzo direttore del reparto che ha coordinato questi primi interventi - da una cecità totale riacquisicono una certa autonomia e possono vedere naturalmente la differenza tra giorno e notte, la forma degli oggetti, la sagoma di una persona, di una porta. Una vera rivoluzione. Al momento possono sottoporsi all’intervento solo pazienti completamente ciechi che hanno sviluppato la forma più severa di malattia. La protesi è fissa, l’impianto resterà sulla retina per il resto della vita dei nostri pazienti, ma il software che regola la proiezione di immagini è in continuo sviluppo e stiamo assistendo a un continuo miglioramento delle performance visive dei pazienti. Per il 2016 è prevista una protesi con 240 elettrodi, cioè una densità 4 volte migliore di quella che impiantiamo oggi e questo permetterà quindi di estendere il campo di applicazione anche a pazienti che hanno una vista migliore rispetto a coloro che sono adesso candidabili all’intervento”.

L’impianto, che comprende un intervento in sala operatoria di 4 ore per l’installazione del microchip sulla retina e una riabilitazione post-operatoria di almeno due mesi, prevende una spesa di circa 100 mila euro che è stata sostenuta, per questi primi pazienti, dall’azienda ospedaliera pisana con il supporto della Regione Toscana. Per estendere l’accessibilità alla protesi retinica e garantire la rimborsabilità anche a tutti gli altri pazienti italiani, secondo le stime almeno 1.500 con forma grave di cui il 2% porta alla cecità, è nato il Comitato Scientifico per la Protesi Retinica dell’Azienda Ospedaliera di Pisa, presieduto da Elio Borgonovi, Docente di Economia e Management delle Amministrazioni Pubbliche e Presidente Cergas, Università Bocconi, che da anni combatte contro la retinite pigmentosa.

“Rintengo doveroso agire al più presto affinché tutti i pazienti potenzialmente candidabili all’intervento possano avere accesso a questa tecnologia innovativa", commenta Borgonovi. "Fino a oggi l’Azienda Ospedaliera di Pisa ha sostenuto i primi interventi, ma in futuro non può continuare a gestire i costi della tecnologia per i pazienti di tutta Italia. Per questo motivo il Comitato Scientifico ha avviato un percorso di lavoro con la Regione Toscana per definire i migliori criteri di accessibilità e rimborsabilità dell’impianto presso il centro pisano. Siamo fiduciosi che il lavoro in corso porterà presto a risultati concreti per i pazienti italiani”.

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