Sperimentazione Colangite sclerosante primitiva

Il farmaco è stato testato in un piccolo numero di pazienti, molti dei quali hanno abbandonato la sperimentazione a causa del COVID-19: necessario uno studio clinico più ampio

Sono contrastanti i dati emersi da uno studio pilota sul farmaco vidofludimus calcio per il trattamento della colangite sclerosante primitiva (CSP), una rara malattia autoimmune del fegatoe se da un lato il profilo di sicurezza del medicinale è risultato ottimo, quello di efficacia non è altrettanto entusiasmante. Esistono, però, diversi limiti a questi risultati e alle conclusioni che si possono trarre dalla sperimentazione.

Nella colangite sclerosante primitiva i dotti biliari si infiammano, si restringono e impediscono alla bile di fluire correttamente: il danno biliare ed epatico, progressivo, provoca ipertensione portale e insufficienza epatica nella maggioranza dei pazienti nell’arco di un periodo di 10-15 anni dalla diagnosi iniziale. L'esatta causa della malattia, che colpisce più di 500 persone in Italia, è ancora sconosciuta, ma un ruolo importante potrebbe essere svolto da un meccanismo autoimmune. Ciò che si sa è che esiste un'associazione tra la CSP e le malattie infiammatorie croniche intestinali (MICI), in particolar modo la colite ulcerosa.

Per trovare un trattamento a questa patologia, la Mayo Clinic ha condotto una sperimentazione indipendente che si è svolta nelle sue due sedi di Rochester, nel Minnesota, e di Phoenix, in Arizona. La molecola sotto esame era il vidofludimus calcio (IMU-838), prodotto dall'azienda Immunic Therapeutics: un farmaco orale che si somministra una volta al giorno e che ha già mostrato risultati promettenti negli studi su diverse malattie infiammatorie, fra cui l'artrite reumatoide, la sclerosi multipla recidivante-remittente e la colite ulcerosa.

In questo trial clinico di Fase II, in aperto e a braccio singolo, diciotto pazienti con CSP hanno ricevuto il farmaco per sei mesi, ma solo undici di loro hanno completato il periodo di trattamento. Le caratteristiche di questi due gruppi di pazienti erano simili, a parte una bilirubina diretta sensibilmente più alta al basale nel gruppo che ha completato lo studio (in media 0,4 mg/dL contro 0,1 mg/dL).

L'endpoint primario della sperimentazione era il miglioramento della fosfatasi alcalina sierica (ALP), obiettivo che secondo i dati pubblicati sulla rivista Hepatology Communications  è stato raggiunto dal 16,7% dei pazienti, 3 su 18. Se si calcolano solo i pazienti che hanno completato il trattamento, la percentuale è invece del 27,7% (3 pazienti su 11). Gli endpoint secondari non sono stati raggiunti: i valori di bilirubina, alanina aminotransferasi (ALT) e aspartato aminotransferasi (AST), importanti biomarcatori della funzionalità epatica, non sono cambiati in modo sostanziale nel corso dello studio. Il profilo di sicurezza di vidofludimus calcio, in compenso, è risultato eccellente: il farmaco è stato ben tollerato e non sono stati segnalati eventi avversi gravi correlati al trattamento.

Come premesso, però, questa sperimentazione ha diversi limiti, e sono gli autori stessi a sottolinearli. “Va riconosciuto che lo studio è stato condotto su un piccolo numero di pazienti e che ha sofferto di un notevole tasso di abbandono. La maggior parte delle problematiche relative all'arruolamento dei pazienti sono state causate da fattori esterni, in particolare la pandemia di SARS-CoV-2, piuttosto che da fattori intrinseci al trial”, scrivono gli esperti della Mayo Clinic. “I dati ottenuti, comunque, supportano la conduzione di un ulteriore studio clinico su vidofludimus calcio, randomizzato e condotto su una più ampia coorte di pazienti con CSP”.

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