Epatite autoimmune e COVID-19

Il dr. Alessio Gerussi (Monza): “I pazienti potrebbero essere esposti a una riattivazione della malattia senza un beneficio sicuro sull'infezione virale”

Monza – L’infezione da SARS-CoV-2, causa dell’attuale pandemia di COVID-19, provoca in una percentuale non trascurabile di soggetti una polmonite grave che richiede cure ospedaliere. Studi epidemiologici hanno evidenziato un aumento della frequenza e della severità delle infezioni virali nei pazienti immunodepressi a causa di terapie con farmaci immunosoppressori. Tuttavia, i dati derivanti da studi degli anni passati su altre infezioni da Coronavirus, come la SARS e la MERS, non hanno trovato associazione tra uso di immunosoppressori e frequenza o gravità della sindrome respiratoria associata.

Il team del Centro Malattie Autoimmuni del Fegato dell'Università di Milano-Bicocca presso l'Ospedale San Gerardo di Monza, guidato dal prof. Pietro Invernizzi, ha descritto l’andamento dell'infezione da SARS-CoV-2 nei pazienti affetti da epatite autoimmune, una rara malattia del fegato, che richiede, nella quasi totalità dei pazienti, cure croniche con farmaci che riducono l’attività del sistema immunitario.

Lo studio, pubblicato sulla rivista Hepatology Communications, ha raccolto i casi di COVID-19 nei pazienti con epatite autoimmune sul territorio nazionale. L'obiettivo del lavoro è stato quello di descrivere l’andamento dell'infezione da SARS-CoV-2 in questa categoria di pazienti. Sono stati identificati dieci pazienti, perlopiù in Lombardia, la Regione più colpita dal virus, in prevalenza di sesso femminile e di età variabile da 27 a 73 anni. In base alla gravità del quadro clinico, alcuni pazienti sono stati gestiti a domicilio, altri in ospedale. Tutti i soggetti erano già in terapia immunosoppressiva prima dell'infezione, e sette (il 70%) hanno modificato la terapia su indicazione dei medici che li seguono.

L’andamento clinico di COVID-19 è stato sostanzialmente sovrapponibile a quello visto nei pazienti non immunodepressi finora descritti, con un'infezione clinicamente più severa nei pazienti già affetti da comorbilità importanti, quali la cirrosi epatica”, spiega il dr. Alessio Gerussi, autore dello studio e dottorando di ricerca presso il Programma di Medicina Molecolare e Traslazionale dell'Università Milano-Bicocca.

Questo studio è molto importante per la comunità scientifica e medica, perché offre lo spunto per riflettere sul rischio di ridurre acriticamente la terapia immunosoppressiva nei pazienti con epatite autoimmune, e più in generale in quelli con malattie autoimmunitarie, esponendo potenzialmente i pazienti a un rischio di riattivazione della patologia senza un beneficio sicuro sull'infezione virale in corso”, sottolinea Gerussi. “Il consiglio è quindi quello di adottare un approccio caso per caso, valutando pro e contro in base al contesto clinico specifico”.

“Per noi pazienti questo studio è molto importante, considerato l’impatto che ha avuto, e ha, la pandemia di SARS-CoV-2 sui pazienti affetti da malattie rare in Italia”, commenta Davide Salvioni, presidente di AMAF Onlus, l'associazione italiana di pazienti con malattie autoimmuni del fegato. “Una migliore conoscenza di queste patologie avrà sicuramente delle ricadute positive sulla capacità dei medici di gestirle in modo più sicuro”.

Il prof. Pietro Invernizzi e il dr. Alessio Gerussi sono fra gli specialisti che si sono resi disponibili a rispondere alle domande dei pazienti sul tema “malattie rare e Coronavirus”, all'interno del servizio gratuito di OMaR “L'esperto risponde”. 

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Malattie rare e coronavirus - L'esperto risponde

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