Gli strumenti per individuare e limitare questi problemi ci sono, occorre solo maggiore attenzione

Un vecchio adagio afferma che “chi dorme non piglia pesci”, con riferimento alla necessità di tenersi sempre vigili per cogliere le opportunità da tradurre in risultati concreti. Tuttavia, nello studio della fibrosi polmonare idiopatica (IPF), è stato verificato che il sonno e le sue alterazioni costituiscono uno dei primi parametri da valutare per intervenire sulla prognosi e potenziare la qualità di vita dei pazienti; a dimostrarlo la revisione apparsa sulla rivista Chest e firmata da un gruppo di ricercatori greci.

La IPF è una malattia respiratoria rara che, letteralmente, toglie il respiro al paziente, dal momento che il meccanismo fisiopatologico che la contraddistingue è dato dalla progressiva sostituzione del tessuto polmonare con tessuto connettivo. Inevitabilmente, ciò porta a una prognosi infausta, nonostante i recenti successi terapeutici ascrivibili all’uso di farmaci come il pirfenidone e il nintedanib. L’approfondimento condotto dai ricercatori ellenici è interessante perché sposta l’attenzione dalla sintomatologia diurna a quella notturna nei pazienti affetti da IPF. Nell'individuo sano, il sonno consente il conseguimento di uno stato di riposo fisico e mentale che nel paziente con IPF non si raggiunge quasi mai, dal momento che una delle peculiarità del sonno stesso, l’ipoventilazione, costituisce un elemento di pericolosità non trascurabile per il soggetto colpito da fibrosi polmonare idiopatica.

In passato, le alterazioni nei livelli di ossigenazione e i disturbi della respirazione durante il sonno sono stati presi in considerazione con particolare riferimento alle malattie polmonari ostruttive croniche (COPD), e solo a partire dal 2002, con la stesura dei criteri diagnostici per la IPF da parte dell’American Thoracic Society e dell’European Respiratory Society, si è potuto registrare un innalzamento del livello di precisione nella definizione diagnostica di alcuni aspetti rilevanti del sonno.

La macro-architettura del sonno è composta principalmente da due fasi: la fase REM e la fase NREM. Entrambe sono descritte da tracciati specifici che nel paziente con IPF risultano alterati. L’analisi polisonnografica di tipo elettroencefalografico ha spesso evidenziato riduzione dei cicli di sonno REM, aumento di durata della fase I del sonno NREM, diminuzione complessiva delle ore di sonno e ampliamento degli intervalli di risveglio. Nel soggetto con IPF, anche la micro-architettura del sonno risulta compromessa, soprattutto dall’aumento degli eventi di micro-risveglio, che frammentano il sonno intaccandone la qualità.

Appare evidente che il quadro del respiro notturno nel paziente con IPF presenti delle peculiarità che si accompagnano a una diminuzione della saturazione di ossigeno nel sangue (SpO2), già compromessa durante la fase di veglia. Questo fenomeno si osserva, in modo particolare, durante la fase REM, e potrebbe essere monitorato ricorrendo alla pulsossimetria notturna, un esame utile ed economico ma poco sfruttato, che, insieme alla capnografia, è in grado di dare riscontri importanti sugli episodi di ipoventilazione notturna e, più in generale, sulla qualità del sonno del paziente. Tutte queste anomalie producono una sequenza di sintomi che condizionano anche lo stato di veglia, come la stanchezza, l’affaticamento e i disturbi dell’umore.

In aggiunta a ciò, il sonno del soggetto affetto da IPF è costellato da un ampio ventaglio di disturbi della respirazione, dal semplice russare alle apnee notturne. In particolare, il rischio di apnee ostruttive del sonno (OSA, Obstructive Sleep Apnea) non è trascurabile e viene calcolato anche con strumenti come l’AHI (Apnea-Hypopnea Index), un indice che tiene conto del numero di episodi di apnea o ipopnea per ogni ora di sonno. Quando il valore è maggiore di 5 si parla di apnee notturne. Riconoscere tempestivamente i pazienti a rischio e indirizzarli presso i centri specializzati di medicina del sonno è importante per migliorare la qualità di vita del paziente stesso, dal momento che recenti ricerche hanno stabilito una connessione tra la fisiopatologia dell’IPF e quella delle OSA: le apnee ostruttive del sonno, infatti, sono caratterizzate da episodi di ipossia intermittente che si traducono in un aumento della produzione di radicali liberi dell’ossigeno e dell’azoto e, quindi, in un incremento dello stress ossidativo. La conseguenza di tutto ciò è un danneggiamento che coinvolge lipidi, proteine e DNA, sfociando in uno stato di infiammazione sistemica e nella compromissione del tessuto endoteliale dei vasi sanguigni. Ecco perché, in un certo qual modo, l’individuazione precoce del fenomeno delle OSA nei pazienti con IPF potrebbe essere di aiuto nel bloccare la progressione della malattia. Le OSA possono essere accertate ricorrendo a questionari mirati o all’osservazione e allo studio dei segni clinici, e trattate con l’ausilio della ventilazione meccanica a pressione positiva continua (CPAP, Continuous Positive Airway Pressure), grazie a cui si osserva un corposo miglioramento della qualità di vita del paziente.

Nel film 'L’uomo senza sonno', l’attore Christian Bale ripropone in maniera piuttosto fedele l’impatto dei disturbi del sonno su una persona sana, per cui è facile immaginare che il colpo subito da un paziente con fibrosi polmonare idiopatica, nel quale la capacità respiratoria è già gravemente compromessa, sia ancora più devastante, sia sul piano dei sintomi che su quello della progressione della malattia. Negli anni passati, il ruolo del sonno nell’individuo affetto da IPF è stato spesso trascurato, ma ora è bene svegliarsi e dargli il giusto peso.

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