Prof. Baroukh Maurice AssaelIl prof. Assael (Milano): “Sono in via di sperimentazione principi attivi con meccanismi e approcci completamente diversi. Anche la terapia genica, che era stata un po' abbandonata, sta vivendo una fase di rinnovato interesse”

MILANO – La fibrosi cistica è una malattia complessa e molto variabile nella sua espressione clinica: può infatti coinvolgere le vie aeree, il pancreas, il sistema genitale maschile, l'intestino, il fegato, i reni e le ossa. Non c'è un legame stretto fra genotipo e fenotipo, tale da rendere prevedibile l'andamento della malattia, ma solo delle classi di mutazioni che si combinano con altri fattori ambientali.

Ad affermarlo è il prof. Baroukh Maurice Assael, direttore del Centro FC dell'Azienda Ospedaliera di Verona fino al 2015 e oggi consulente del Centro FC adulti di Milano. “Ci sono casi di fratelli con le stesse mutazioni che hanno un andamento diverso per gravità, necessità di trapianto e sopravvivenza. Per questi motivi la ricerca ultimamente si sta interessando anche al decorso della malattia nei gemelli”. Assael ha appena pubblicato un lavoro sulla patologia dal punto di vista clinico, insieme al prof. Carlo Castellani, genetista del Centro FC di Verona e presidente della Società Italiana Fibrosi Cistica.

Nello studio, pubblicato sulla rivista Cellular and Molecular Life Sciences, gli autori esaminano nel dettaglio le patologie concomitanti e le nuove opzioni terapeutiche. “Nella fibrosi cistica il primo sintomo a fare la sua comparsa è l'insufficienza pancreatica, causa dei gravi problemi nutrizionali dovuti alla malattia: tuttavia è possibile controllarla con la sostituzione enzimatica, da somministrare a vita. Poi possono sopraggiungere le patologie concomitanti come il diabete, che colpisce il 20-30% degli adulti nella seconda-terza decade di vita”, spiega il prof. Assael.

I danni epatici sono ancora più precoci: nella prima-seconda decade di vita, il 30% dei pazienti ha problemi epatici, il 10-20% problemi meno gravi, e il 3-4% una condizione di gravità tale da richiedere prima o poi un trapianto di fegato. Ci sono poi i disturbi ossei, dovuti a questioni nutrizionali (i pazienti hanno un minor assorbimento della vitamina D), ma forse non solo dato che si ipotizza un ruolo diretto della malattia sul metabolismo osseo. “La comparsa di questi problemi – continua Assael – avviene già nell'adolescenza: il 30% dei giovani adulti presenta osteopenia, e il 10-20% osteoporosi. Significativa anche, nell'adulto, l'incidenza dei tumori al colon: un dato emerso recentemente, con l'aumento della sopravvivenza”.

La fibrosi cistica, infatti, fino a pochi decenni fa era considerata letale nella prima infanzia e nella fanciullezza. La mediana di sopravvivenza, nei paesi industrializzati, è oggi superiore ai 50 anni, grazie alla migliore diagnosi delle forme lievi, alla diffusione dello screening neonatale, a un atteggiamento terapeutico aggressivo e al maggior numero di trapianti di polmone (ne ha necessità il 15-20% dei pazienti entro i 30 anni).

Le speranze arrivano dai nuovi farmaci, alcuni in attesa di conferma con la fase III, altri già sul mercato, come il Kalydeco, idoneo per chi ha una serie di mutazioni molto rare, che colpiscono il 4-5% dei pazienti. L'Orkambi, in via di registrazione in Italia, è invece una combinazione di farmaci (lumacaftor e ivacaftor) che agiscono sulla proteina mancante, ed è adatto a chi ha una particolare mutazione: quella più diffusa, la F508del, che in omozigosi riguarda il 30% dei pazienti.

I principi attivi in via di sperimentazione hanno meccanismi e approcci completamente diversi: “I più promettenti – sottolinea Assael – sono l'amitriptilina (un antidepressivo), la cisteamina, sviluppata da un gruppo italiano, e il ProQR, un correttore dell'RNA. Anche la terapia genica, che era stata un po' abbandonata, sta vivendo una fase di rinnovato interesse”.

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