Liste d'attesa e differenze regionali penalizzano i pazienti. L'appello dell'associazione APMO per un sistema più equo e omogeneo
Perdita progressiva della vista, riduzione dell’autonomia e un impatto diretto sulla qualità della vita e sulle famiglie: le maculopatie non sono più solo un problema clinico, ma una vera emergenza sociale. L’invecchiamento della popolazione sta ridefinendo profondamente i bisogni di salute del Paese, e ciò pone il Servizio Sanitario Nazionale di fronte a sfide sempre più complesse. Tra le più urgenti – e ancora troppo sottovalutate – vi sono le maculopatie: patologie ad alta prevalenza, fortemente invalidanti e destinate a crescere in modo significativo nei prossimi anni.
Le stime internazionali confermano un aumento costante dei casi di degenerazione maculare legata all’età, con un impatto rilevante non solo sul piano clinico, ma anche su quello sociale ed economico. In Italia, il numero di iniezioni intravitreali – oggi il gold standard terapeutico – ha raggiunto volumi compresi tra le 300 e le 400mila procedure annue. Tuttavia, rispetto ad altri grandi Paesi europei, persistono disomogeneità nell’accesso alle cure. Un dato che riflette, da un lato, i progressi della medicina e, dall’altro, la crescente pressione sui servizi di oftalmologia, le liste d’attesa e l’organizzazione complessiva dell’assistenza.
ACCESSO ALLE CURE, IL NODO DEI PAZIENTI ESCLUSI
“A fronte di questi numeri, permane una criticità strutturale: una quota significativa di pazienti non accede ancora alle terapie in modo tempestivo e continuativo”, denuncia Michele Allamprese, direttore di APMO – Associazione Pazienti Malattie Oculari. “Questo si traduce in un rischio concreto di perdita visiva evitabile, con ricadute profonde sulla qualità di vita, sull’autonomia individuale e sul carico assistenziale per famiglie e caregiver. Per questi motivi, affrontare le maculopatie significa adottare una visione sistemica, capace di integrare prevenzione, diagnosi precoce e presa in carico continuativa in una gestione accurata delle risorse a disposizione. Oggi il vero nodo non è rappresentato dalla disponibilità di soluzioni terapeutiche efficaci, ma dalla capacità del sistema di garantirne un accesso equo e omogeneo su tutto il territorio nazionale. Le differenze regionali nei modelli organizzativi e nei percorsi di cura continuano a generare disuguaglianze che non sono più sostenibili”.
IL MANIFESTO: LE PRIORITÀ DEI PAZIENTI
È in questo contesto che nasce un percorso di confronto tra associazioni di pazienti, clinici e istituzioni, al quale APMO ha partecipato attivamente, contribuendo alla definizione di un Manifesto presentato nei giorni scorsi alla Camera dei Deputati. “Un lavoro che nasce dall’esperienza diretta dei pazienti e che individua alcune priorità non più rinviabili. La prima riguarda la programmazione: è necessario rafforzare le politiche di prevenzione e diagnosi precoce, soprattutto nella popolazione over 65, e rendere strutturale il coinvolgimento delle associazioni di pazienti nei processi decisionali. La seconda è il riconoscimento delle maculopatie come patologie croniche, con un inserimento esplicito nei principali strumenti di pianificazione sanitaria nazionale, a partire dal Piano nazionale della cronicità e dai Livelli essenziali di assistenza. Un terzo ambito cruciale è quello dello sviluppo di percorsi diagnostico-terapeutici assistenziali (PDTA) omogenei, misurabili e realmente implementati su scala regionale. Senza modelli organizzativi condivisi, infatti, il rischio è quello di continuare a operare in modo disallineato, con inefficienze che si ripercuotono direttamente sui pazienti”, prosegue Allamprese nel suo appello pubblicato sul Sole 24 Ore.
TERRITORIO E OSPEDALE, SERVE PIÙ INTEGRAZIONE
A questo si affianca il tema dell’integrazione tra ospedale e territorio. Ripensare l’organizzazione dei centri per le terapie intravitreali, anche attraverso una maggiore valorizzazione della medicina di prossimità e di setting assistenziali più flessibili, può contribuire a ridurre le liste d’attesa e a migliorare l’aderenza terapeutica. Per il direttore di APMO il punto centrale resta uno: non ci si può più permettere che la perdita della vista dipenda dal luogo in cui si vive. È necessario dunque un cambio di paradigma: da un approccio frammentato a un modello di presa in carico integrato, equo e sostenibile.
BIOSIMILARI, UNA LEVA PER LA SOSTENIBILITÀ
In questo contesto, la sostenibilità del sistema può essere concretamente rafforzata anche attraverso un maggior ricorso ai farmaci biosimilari che, a parità di efficacia e sicurezza, consentono risparmi stimati tra il 40% e l’80%, liberando risorse da reinvestire in personale, organizzazione e accesso alle cure. “Un obiettivo che può essere raggiunto solo attraverso una collaborazione strutturata e continuativa tra tutti gli attori del sistema. Garantire il diritto alla vista significa, in ultima analisi, tutelare la qualità della vita e l’autonomia delle persone, ed è una responsabilità che il nostro sistema sanitario non può permettersi di rimandare”, conclude Michele Allamprese. “Come APMO continueremo a lavorare affinché il diritto alla vista sia riconosciuto come una priorità di salute pubblica. Perché garantire la vista significa garantire autonomia, dignità e qualità della vita”.










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