Dal Fondo unico disabilità uno stanziamento per sordità e ipoacusia

La gestione dei fondi mette in luce la pluralità delle istanze all'interno della categoria e l'importanza del coordinamento istituzionale

Ha ottenuto il via libera della Conferenza Unificata (seduta del 7 luglio 2026) lo schema di decreto che ripartisce tra le Regioni 5,2 milioni di euro per la promozione dell'inclusione sociale delle persone sorde e con ipoacusia. Le risorse sono una quota parte del Fondo unico per l'inclusione delle persone con disabilità per il 2026 e serviranno a finanziare interventi e progetti aggiuntivi rispetto alla programmazione ordinaria: promozione della conoscenza e dell'uso della Lingua dei Segni Italiana (LIS) e della LIS tattile (LIST), potenziamento dei servizi di interpretariato per l'accesso ai servizi pubblici (compresi quelli di emergenza) e sviluppo di tecnologie per abbattere le barriere alla comunicazione, anche per chi utilizza protesi acustiche o impianti cocleari.

Il riparto prevede una quota fissa di 100.000 euro per ciascuna Regione e una quota proporzionale alla popolazione residente al 1° gennaio 2026. Le Regioni potranno operare in collaborazione con le autonomie locali e il Terzo settore, con la possibilità di finanziare anche progetti “atipici” orientati alla realizzazione del progetto di vita dei beneficiari.

Fin qui la notizia. Che però va letta per quello che è, una ripartizione di risorse già stanziate, non uno stanziamento nuovo. Il Fondo unico per l’inclusione delle persone con disabilità, istituito dalla legge di bilancio 2024 (legge 213/2023), ha accorpato una serie di fondi preesistenti, tra cui quello dedicato alle persone sorde e con ipoacusia nato nel 2018.

Le cifre destinate a questa finalità, inoltre, non indicano una crescita strutturale: per l'annualità 2023 il riparto era stato di 5,2 milioni (dal fondo dedicato preesistente, con decreto adottato solo a gennaio 2025), nel 2025 era salito a 5,5 milioni, mentre per il 2026 torna a 5,2 milioni. Divisi per venti Regioni e comprendendo sordità profonde, ipoacusie lievi e la vasta area della perdita uditiva legata all'età, anche alla luce dell'inflazione, la cifra difficilmente può essere considerata un rafforzamento delle politiche di inclusione.

C'è poi un nodo che il decreto non scioglie, perché non è di natura contabile. Destinare una quota del Fondo unico alla sordità solleva perplessità in una parte del mondo della disabilità, che vi legge una gerarchia tra condizioni. Perché un capitolo dedicato all'ipoacusia e non, con pari evidenza, ad altre disabilità sensoriali, intellettive o motorie che attingono allo stesso fondo? Inoltre, il mondo della sordità è tutt'altro che omogeneo, poiché accanto a chi comunica in LIS e chiede più interpretariato (ancora insufficiente sul territorio), ci sono tante persone che utilizzano protesi acustiche o impianti cocleari e si affidano alla lingua parlata, per le quali le priorità sono altre (sottotitolazione, accessibilità dei servizi e tecnologie per la comunicazione). 

Ogni riparto di risorse, con le sue scelte di destinazione, deve fare quindi i conti con bisogni diversi e non sempre facili da comporre, come mostra il dibattito che accompagna le politiche sulla sordità almeno dal riconoscimento della LIS nel 2021.

Sullo sfondo, infine, un tema di governance. Trattandosi di risorse del Fondo unico, la Conferenza delle Regioni ha colto l'occasione per ribadire la richiesta di un incontro alla ministra per le Disabilità Alessandra Locatelli, avanzata già nelle scorse settimane, per condividere preventivamente tutti gli interventi in arrivo, da questo riparto fino al Fondo per i caregiver, ed evitare duplicazioni sui territori. Un segnale che anche sul metodo, oltre che sulle cifre, la partita è aperta.

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