L’intervista-video al prof. Andrea Lenzi in occasione della X edizione del Premio OMaR 2023
La scienza ha bisogno di tempo. Ne ha bisogno per la riflessione, per la discussione, per l'esperimento, per la conferma dell'esperimento, per la scoperta e, infine, per poter rendere una tecnologia (che si tratti di un test diagnostico o di una terapia) utilizzabile nella pratica clinica. Ma il tempo che trascorre – spesso molto lungo – da una scoperta medica alla sua piena applicazione pratica rappresenta fonte di grande frustrazione, tanto per i pazienti quanto per i medici.
È la riflessione di Andrea Lenzi, professore emerito di Endocrinologia presso l'Università degli Studi di Roma “La Sapienza” e presidente del Comitato Nazionale per la Biosicurezza, le Biotecnologie e le Scienze della Vita della Presidenza del Consiglio dei Ministri, rilasciata nel corso dell'intervista-video realizzata in occasione della decima edizione del Premio OMaR (clicca qui o sull’immagine dell’articolo per guardare il video).
“Talvolta – prosegue Lenzi – sia i pazienti che noi medici sappiamo che quella ricerca o quella scoperta sta per arrivare, o già c'è, ma non possiamo utilizzarla. Magari non la possiamo utilizzare solamente in una parte del mondo, o solo in un Paese o in una regione, e questo è davvero devastante per l'operatore sanitario e ancora di più, ovviamente, per il malato, che sa che a 200 o a 2.000 chilometri da lì esiste una possibilità di utilizzo. Occorre fare in modo che quando una scoperta è veramente importante ai fini del benessere e della sopravvivenza di una persona possa essere utilizzata immediatamente”.
“Un’alleanza fra politica, ricerca e industria è stata fondamentale per salvare tutti noi dalla pandemia di COVID attraverso le vaccinazioni”, sottolinea l’esperto. “È stato uno straordinario esempio di collaborazione fra scienza, politica e istituzioni regolatorie, che hanno messo a sistema in tutto il mondo, contemporaneamente e senza barriere, la possibilità terapeutica che c'era allora. Il ragionamento, calato nell'ambito delle malattie rare, quindi dall'estremamente vasto all'estremamente piccolo, è esattamente lo stesso”, conclude il prof. Lenzi.
“Non è pensabile che cinquanta pazienti affetti da malattie ultra rare presenti nel mondo possano sopravvivere da qualche parte negli Stati Uniti e non riescano a sopravvivere da qualche altra parte, ad esempio in Italia”, conclude Andrea Lenzi. “È terribile per tutti: per i pazienti, per i loro genitori e per gli operatori sanitari”.










Seguici sui Social