Prof. Giovanni Sotgiu

Quali fattori incidono sul rischio di contagio virale? Cos’è l’indice Rt e come si può comprendere l’andamento della pandemia? A queste e altre domande risponde il prof. Giovanni Sotgiu (Sassari)

L’ondata di casi di COVID-19 che ha sommerso il nostro Paese sembra essersi placata, le terapie intensive si stanno svuotando e il totale dei contagiati si è riportato su valori decisamente più rasserenanti di quelli visti tra febbraio e marzo. Ma l’emergenza Coronavirus si può davvero dire rientrata? Stando a quello che osserviamo nel mondo, si direbbe proprio di no: con più di 4 milioni di contagiati e quasi 150mila morti (dati aggiornati al 29 luglio), gli Stati Uniti sono ancora nell’occhio del ciclone, seguiti da Brasile e India. Tuttavia, uno ‘tsunami’ di polemiche, diatribe scientifiche e false informazioni sta accendendo questa rovente estate post-lockdown, creando confusione tra la popolazione, col rischio di inquadrare in maniera errata un fenomeno globale che ha segnato le vite di tante persone.

Nel tentativo di fare il punto su alcuni temi centrali della pandemia, abbiamo deciso di procedere rivedendo quella terminologia alla quale tutti, ormai, ci stiamo abituando; in tante interviste agli esperti, nei servizi giornalistici e all’interno degli articoli sul web si ritrovano parole come “carica virale”, “letalità”, “virulenza” o “indice Rt”, troppe volte usate in maniera impropria, specie nel momento in cui l’abbassamento del numero dei morti e dei contagiati sta contribuendo a far pensare che il virus SARS-CoV-2 si sia ‘ammorbidito’ e abbia perso forza. Di questo, e di molto altro, abbiamo discusso con il prof. Giovanni Sotgiu, del Dipartimento di Scienze Mediche, Chirurgiche e Sperimentali dell’Università degli Studi di Sassari.

CARICA, VIRULENZA E ASINTOMATICI

Con il termine “carica virale” intendiamo la quantità di virioni che un individuo possiede in determinati liquidi biologici, quali il sangue o l’espettorato”, precisa Sotgiu. “Parliamo di carica virale quando misuriamo la quantità di virioni nell’organismo, mentre usiamo il termine carica batterica per riferirci alle popolazioni di batteri presenti nel corpo di un determinato soggetto. Misurare la carica di un virus ci permette di comprendere indirettamente il livello di replicazione, perché la quantità di virioni che viene prodotta nell’espettorato ci suggerisce se il virus si stia replicando o meno. La quantità di virus che un individuo emette con la tosse, o mentre parla o starnutisce, si può associare a un rischio più o meno elevato di trasmissione ad altri individui che possono risultare suscettibili”. Pertanto, maggiore è la quantità di particelle virali eliminate con la tosse o il respiro, più elevata è la probabilità di contagiare altre persone. Questo ci aiuta a comprendere meglio il ruolo dei contagiati asintomatici, che sono pur sempre in grado di trasmettere il virus. Essi, nelle secrezioni del tratto respiratorio, mostrano una carica virale che, seppur bassa, rende comunque possibile la trasmissione del virus. “In questo genere di situazioni hanno un ruolo cruciale alcuni fattori, come la distanza tra gli individui, la presenza di una fonte di ventilazione e la durata dell’esposizione”, continua Sotgiu. “Ognuna di queste variabili, insieme alla quantità di virus espulsa, risulta fondamentale per stabilire il rischio di infezione”.

Negli ultimi tempi si sente spesso affermare che il virus SARS-CoV-2 si sarebbe indebolito, una posizione opinabile, che chiama in causa un concetto diverso, quello della virulenza. “La virulenza si può definire come la capacità del virus di creare danno nell’organismo che lo ospita”, riprende l’esperto. “Essa viene associata non tanto alla contagiosità, quanto all’evoluzione dell’infezione nell’organismo. Infatti, alcuni virus, come l’Ebola, uccidono circa la metà dei soggetti che infettano, mentre il SARS-CoV-2 ha una letalità molto più bassa. In pratica, la virulenza è una caratteristica intrinseca del virus, mentre la carica virale può dipendere dalla risposta immunitaria dell’ospite”. Ecco dunque che un sistema immunitario capace di controllare la replicazione virale determinerà una più bassa carica virale, ma se il virus è molto aggressivo, cioè ha un’elevata virulenza, anche se il sistema immunitario è efficiente, il danno sarà evidente e la prognosi infausta.

TRATTAMENTO, MONITORAGGIO E INDICE Rt

Gli studi condotti sul genoma virale confermano che il SARS-CoV-2 è sostanzialmente stabile - una buona notizia per chi sta lavorando alla realizzazione di un vaccino. Allora perché i medici, oggi, sono alle prese con una malattia all’apparenza meno severa? La risposta, probabilmente, ingloba diverse variabili. “Ciò che sappiamo è che su 100 individui infettati, 80 circa sviluppano forme molto lievi di malattia o non presentano sintomi. Solo in una percentuale inferiore al 10% si osserva lo sviluppo di una malattia severa”, aggiunge Sotgiu. “Pertanto, se i nuovi casi sono pochi, come accade in questo momento in Italia, la probabilità di trovare quelli con forme gravi di malattia si riduce. In Italia, le persone a maggior rischio, che hanno sviluppato forme più severe di malattia, sono quelle più anziane o con comorbilità come diabete, obesità, malattie cardiovascolari e ipertensione. Tuttavia, al momento attuale, queste persone sono quelle che si proteggono di più, riducendo la probabilità di contrarre l’infezione. Ecco perché gli ultimi dati ci dicono che il virus sta infettando individui più giovani, soprattutto nella fascia di età compresa tra 20 e 55 anni. Ma se il numero dei contagiati aumenta, anche la possibilità di trovarne alcuni con malattia severa crescerà sensibilmente, come dimostra l’attuale situazione negli Stati Uniti, dove l’interruzione dell’utilizzo delle misure di prevenzione, tra le quali l’impiego della mascherina e il rispetto delle norme di distanziamento sociale, ha determinato una rapida diffusione del virus tra la popolazione”.

Nel frattempo, anche le informazioni raccolte sulle modalità di trattamento del COVID-19 stanno concorrendo a ridurne l’impatto sulla popolazione, migliorando la qualità dell’assistenza. “L’utilizzo dell’eparina ha cambiato la storia naturale di questa patologia, risolvendo tante problematiche di natura tromboembolica che avevano condotto alla morte di molti pazienti”, specifica Sotgiu. “In combinazione con immunomodulanti, e in un’ottica di rapidità d’intervento, l’eparina ha fatto e continua a fare la differenza”. Infatti, diversi studi, come quelli italiani pubblicati sulle riviste American Journal of Haematology e Clinical Immunology, confermano proprio il ruolo della trombosi nella patologia scatenata dal SARS-CoV-2.

Ultimamente, in uno scenario come quello italiano, dominato dalla presenza di focolai isolati sparsi lungo tutta la penisola, si tira continuamente in ballo l’indice Rt - cioè indice di contagiosità del virus - per descrivere l’andamento del COVID-19. “In una situazione a bassissima incidenza, l’indice Rt non risulta essere il più indicato”, sottolinea Sotgiu. “Il Ministero della Salute ha chiesto alle Regioni di monitorare l’andamento epidemiologico della malattia con più di 20 indicatori, tra cui l’indice Rt, che misura la contagiosità ma che, nel momento in cui il totale dei casi scende, perde di qualità. Nell’odierno quadro della situazione, sarebbero utili i risultati delle indagini di sieroprevalenza. Questi dati, associati a quelli di ospedalizzazione pregressa già disponibili, ci permetterebbero di capire meglio quale è stata la diffusione del virus e quali sono state le categorie maggiormente colpite dall’infezione. Inoltre, le informazioni dell’indagine di sieroprevalenza sono cruciali per pianificare un sistema di prevenzione, anche nell’eventualità di una seconda ondata virale nei mesi più freddi dell’anno, con il perfezionamento di sistemi di sorveglianza attiva e monitoraggio dell’infezione indispensabili per identificare immediatamente i nuovi casi”.

Attualmente, in molte parti d’Italia sta diminuendo la percezione del reale rischio d’infezione da SARS-CoV-2, un aspetto che può generare un vero e proprio problema di sanità pubblica. Occorre invece perseverare nell’uso delle misure di prevenzione e distanziamento sociale, e agire con immediatezza attraverso il “contact tracing”, individuando i casi positivi e circoscrivendoli, così da lasciare confinati i possibili nuovi focolai. Parallelamente, è necessario proseguire gli studi finalizzati alla comprensione dell’immunopatogenesi dell’infezione, chiarendo meglio il ruolo dell’immunità umorale e di quella cellula-mediata, in maniera tale da offrire anche un utile orientamento a eventuali strategie vaccinali. Solamente così sarà possibile tornare alla normalità.

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