Una recente pubblicazione dell’American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine ha confermato l’efficacia del farmaco nintedanib per il trattamento di pazienti con fibrosi polmonare idiopatica con diagnosi ottenuta adottando criteri diagnostici più ampi rispetto a quelli fissati dalle attuali Linee Guida. I risultati dell’analisi basta sui dati degli studi clinici di Fase III IMPULSIS, dimostrerebbero che nintedanib rallenta la progressione della malattia anche nei pazienti che non hanno ottenuto tutte le conferme diagnostiche attualmente considerate standard. Questo risultato potrebbe dunque ampliare i criteri di raccomandazione del trattamento farmacologico.

Lo studio in breve

I pazienti privi di conferma diagnostica ottenuta da biopsia polmonare chirurgica hanno fino ad ora potuto prendere parte ai trials clinici di Fase III INPULSIS®, solo se alla tomografia computerizzata ad alta risoluzione (HRCT) presentando una situazione di questo tipo: bronchiectasie a nido d’ape e/o  bronchiectasie da trazione con reticolazione, senza caratteristiche atipiche di polmonite interstiziale.

Questo studio ha investigato il potenziale impatto dei sottogruppo diagnostici sulla progressione della patologia e l’effetto del farmaco, attraverso un’analisi post-hoc dei pazienti con diagnosi confermata dalla biopsia chirurgica e con bronchiectasie a nido d'ape, confrontandoli con i dati dei pazienti privi di tali conferma, utilizzando i dati raccolti dagli studi INPULSIS.

I ricercatori statunitensi hanno analizzato il potenziale impatto dei sottogruppi diagnostici sulla progressione della IPF e l'effetto di nintedanib, nuovo farmaco antifibrotico che ha dimostrato di rallentare la progressione della malattia, riducendo di circa il 50% il tasso di declino della funzionalità polmonare in un’ampia popolazione di pazienti affetti da IPF, di ridurre il rischio di esacerbazioni acute di malattia che sappiamo essere spesso fatali, con una posologia semplice (due somministrazioni giornaliere) e senza eventi di fotosensibilità.

L’analisi post-hoc, che ha riguardato 1.061 pazienti, è stata pubblicata sull’American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine. I risultati dell’analisi dimostrano che nintedanib rallenta la progressione della malattia in entrambi i sottogruppi diagnostici, confermando l’efficacia del farmaco nella vasta tipologia di pazienti con IPF degli studi di Fase III, che può essere valida anche per i pazienti che si incontrano nella normale prassi clinica.

“Nella pratica clinica è difficile arrivare a una diagnosi certa di IPF. Se, da un lato, la precisione della diagnosi aumenta grazie agli scambi multidisciplinari fra esperti a livello regionale con esperienza e competenza in materia di interstiziopatie polmonari, d’altro canto i medici del territorio possono più spesso fare una diagnosi di IPF che non sempre risponde ai criteri fissati nelle Linee Guida internazionali” - ha commentato Ganesh Raghu, Professore di Medicina, Divisione di Pneumologia e Terapia Intensiva dell’Università di Washington e Direttore del Centro Interstiziopatie Polmonari del Policlinico dell’Università di Washington di Seattle - “Questa analisi conferma, per la prima volta, che la progressione della malattia e gli effetti della terapia in un sottogruppo di pazienti con caratteristiche non integralmente rispondenti ai criteri  fissati per la diagnosi di IPF nelle Linee Guida Internazionali 2011 sono simili a quelli dei pazienti la cui malattia soddisfa tali criteri diagnostici. Ciò implica che si possa prendere in considerazione di accettare criteri modificati, come quelli impiegati nello studio per arrivare alla diagnosi di IPF che comprendono presenza di un possibile quadro UIP e bronchiectasie da trazione nei lobi inferiori (nonostante la mancanza di strutture a ‘nido d’ape’ nettamente visibili alla HRCT e l’assenza di biopsia polmonare), negli appropriati contesti clinici e negli studi clinici futuri”.

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