Amiloidosi, intervista a Matteo Floris
Matteo Floris

Matteo Floris (SIGU): “L'informazione genetica permette di identificare le forme ereditarie, estendere lo screening ai familiari e costruire percorsi di sorveglianza e cura più appropriati”

La diagnosi di amiloidosi da transtiretina (ATTR) non esaurisce necessariamente il percorso diagnostico. Una volta identificata la malattia, resta infatti da stabilire se si tratti della forma acquisita, wild-type (ATTRwt), o di quella ereditaria (ATTRv), associata a una variante patogenetica del gene TTR. Un'informazione che riguarda direttamente il paziente, ma che nel secondo caso può avere implicazioni anche per l'intera famiglia.

È qui che entra in gioco il test genetico. La sua integrazione nel percorso diagnostico consente di identificare le forme ereditarie e, quando viene rilevata una variante patogenetica, di avviare lo screening genetico a cascata nei familiari a rischio.

“Il test genetico completa l'inquadramento diagnostico e, nelle forme ereditarie, produce un'informazione che va oltre il singolo paziente”, spiega Matteo Floris, genetista dell'Università di Sassari e coordinatore del Gruppo di Lavoro Farmacogenomica della Società Italiana di Genetica Umana (SIGU). “Identificare la variante permette infatti di offrire ai familiari a rischio un percorso mirato, individuando eventuali portatori prima che sviluppino manifestazioni cliniche della malattia”.

Il primo passaggio, dunque, è fare in modo che la caratterizzazione genetica diventi parte integrante del percorso diagnostico dell'ATTR. Solo a partire dall'identificazione di una forma ereditaria è infatti possibile utilizzare l'informazione genetica per estendere la diagnosi alla famiglia e costruire percorsi di sorveglianza personalizzati.

DAL PAZIENTE ALLA FAMIGLIA: IL VALORE DELLO SCREENING A CASCATA

A mostrare concretamente le potenzialità di questo approccio sono i risultati di un recente studio multicentrico italiano pubblicato nel 2026 sullo European Heart Journal. A partire da 398 casi indice, lo screening genetico di 1.243 familiari ha consentito di identificare 569 portatori di una variante patogenetica, 461 dei quali ancora privi di manifestazioni cliniche. Nel corso di un follow-up mediano di 5,3 anni, il 16,7% di questi ultimi ha sviluppato la malattia.

Il dato assume ancora più significato osservando le differenze tra le singole varianti: i tassi di conversione da portatore a malattia clinicamente manifesta sono risultati molto diversi a seconda del genotipo. “Non tutti i portatori hanno lo stesso rischio e la malattia può manifestarsi anche molto prima di quanto previsto sulla base della storia familiare”, sottolinea Floris. “L'informazione genetica può quindi aiutarci non soltanto a individuare chi deve essere seguito, ma anche a costruire una sorveglianza sempre più personalizzata”.

DALLA GENETICA ALL’APPROPRIATEZZA TERAPEUTICA

Sapere che una persona è portatrice di una variante patogenetica non significa anticipare automaticamente il trattamento. Significa poterla inserire in un percorso di sorveglianza appropriato, riconoscere tempestivamente l'eventuale comparsa della malattia e intervenire quando vi siano le indicazioni cliniche.

Ed è qui che genetica e innovazione terapeutica possono diventare parti dello stesso percorso. “Conoscere la variante e il rischio associato permette di costruire una sorveglianza più appropriata e creare le condizioni perché le terapie disponibili vengano utilizzate nel momento e nei pazienti in cui possono produrre il maggiore beneficio”, osserva Floris. “La genetica può quindi contribuire non solo alla diagnosi precoce, ma anche a un impiego più appropriato delle risorse terapeutiche”.

I dati disponibili mostrano del resto che i pazienti sintomatici identificati attraverso lo screening familiare hanno una prognosi migliore rispetto ai casi indice e che l'inizio precoce della terapia disease-modifying è associato a una riduzione della mortalità.

UNA DIAGNOSI CORRETTA PUÒ PRODURRE ANCHE VALORE ECONOMICO

Il valore della diagnosi non è però soltanto clinico. Una diagnosi mancata o tardiva comporta a sua volta utilizzo di risorse, tra accertamenti, ricoveri e gestione delle complicanze.

Un modello sviluppato dalla prospettiva del servizio sanitario spagnolo (qui lo studio pubblicato) ha confrontato la corretta diagnosi di ATTR-CM con la mancata diagnosi, senza includere il costo delle terapie specifiche. A cinque anni, la diagnosi corretta risultava associata a un risparmio di 2.289 euro per paziente e a una riduzione delle ospedalizzazioni cardiovascolari; a quindici anni il risparmio stimato raggiungeva 2.906 euro per paziente.

“Valutare economicamente la genetica considerando soltanto il costo del singolo test rischia di restituire una fotografia incompleta”, spiega Floris. “Bisogna considerare il valore dell'informazione prodotta e il percorso che questa permette di attivare: dalla corretta definizione della malattia nel paziente allo screening dei familiari, fino alla possibilità di organizzare una sorveglianza e una presa in carico più mirate”.

TESTARE MEGLIO PER CURARE MEGLIO

Il punto, dunque, non è moltiplicare indiscriminatamente test e trattamenti, ma utilizzare l'informazione genetica per aumentare l'appropriatezza dell'intero percorso. Perché questo modello possa funzionare, tuttavia, il primo passaggio deve avvenire a monte: il test genetico deve trovare una collocazione strutturale nel percorso diagnostico dell'ATTR. Senza l'identificazione delle forme ereditarie, infatti, viene meno anche la possibilità di estendere l'informazione alla famiglia e intercettare precocemente altri soggetti a rischio.

“Il tema non è soltanto quanto costa eseguire un test genetico, ma quale valore produce l'informazione che quel test mette a disposizione”, conclude Floris. “Integrare la genetica nel percorso diagnostico significa riconoscere le forme ereditarie, offrire ai familiari a rischio la possibilità dello screening e costruire una sorveglianza più appropriata. Usare meglio la genetica significa creare le condizioni per usare meglio anche le terapie e, più in generale, le risorse del Servizio Sanitario”.

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