Intervista a Cristina Meneghin, Direttore Comunicazione Scientifica e Coordinatore Comitato Scientifico della Fondazione italiana per il cuore ETS
In un Paese che invecchia rapidamente e che allo stesso tempo registra tra i più alti livelli di longevità al mondo, il tema dell’accesso all’innovazione medica diventa centrale per l’equità del Servizio Sanitario Nazionale. La medicina di precisione, sempre più guidata da strumenti genetici e molecolari, sta ridisegnando i confini della prevenzione e della cura, ma rischia ancora di non raggiungere in modo uniforme le fasce di popolazione più fragili, in particolare gli anziani. In questo contesto, la Fondazione italiana per il cuore ETS (FIPC) richiama l’attenzione sulla necessità di un cambiamento culturale e organizzativo che metta al centro la persona, superando logiche anagrafiche e protocolli di cura standard.
Per Cristina Meneghin, Direttore Comunicazione Scientifica di FIPC, parlare di prevenzione significa andare oltre il semplice richiamo a corretti stili di vita e promuovere invece l’educazione sanitaria, insieme a una nuova “consapevolezza genetica”. Allo stesso tempo, la medicina di precisione nell’anziano non deve essere considerata un privilegio per pochi, ma una strategia di protezione della fragilità, più umana ed economicamente sostenibile. Infine, è necessario superare definitivamente l’ageismo sanitario: l’età anagrafica non può rappresentare un criterio clinico e le decisioni terapeutiche devono basarsi sulla biologia e sulla funzionalità della persona, non sulla sua data di nascita.
“L’Italia si colloca stabilmente tra i Paesi più longevi al mondo, un traguardo demografico straordinario che tuttavia pone il nostro Servizio Sanitario Nazionale di fronte a una sfida cruciale: coniugare l’invecchiamento della popolazione con la sostenibilità economica delle cure. In questo scenario, l’innovazione scientifica offre risposte terapeutiche un tempo impensabili. Eppure, assistiamo a un paradosso strisciante: proprio i pazienti che avrebbero più bisogno di una medicina su misura – le persone anziane – sono spesso i soggetti che meno vi accedono, vittime di un approccio standardizzato o, peggio, di una forma silenziosa di esclusione”.
Per la Fondazione italiana per il cuore, guidare la transizione verso la medicina di precisione significa innanzitutto farsi promotrice di un profondo cambiamento culturale. “C’è una sottile linea d’ombra che rischia di trasformare una sanità ad altissima tecnologia in un sistema non equo, dove l’età anagrafica diventa un fattore di rischio per l’esclusione dall’innovazione. Il nostro obiettivo è invertire questa rotta, trasformando il cittadino e il paziente da ricevitore passivo di cure a protagonista informato del proprio percorso di salute”, spiega Meneghin. “È necessario, per esempio, scardinare un radicato pregiudizio culturale: il test genetico non è una 'sentenza' biologica inappellabile, ma uno strumento di libertà e di autonomia per anticipare la malattia e personalizzare le scelte terapeutiche”.
Il caso dell’amiloidosi cardiaca rappresenta, in questo senso, il modello ideale. Fino a pochi anni fa, questa patologia nell’anziano veniva liquidata genericamente come una forma “senile” inevitabile e incurabile. Oggi, grazie alla tipizzazione molecolare e alla scintigrafia, sappiamo che identificare tempestivamente la forma wild-type (legata all’invecchiamento) o intercettare la forma ereditaria permette l’accesso a farmaci mirati che migliorano radicalmente la prognosi e la qualità della vita, anche nell’ottava o nona decade. Inoltre, promuovere lo screening nei familiari dei pazienti affetti significa compiere un salto decisivo: passare dalla cura del singolo alla protezione biologica dell’intero nucleo familiare.
La medicina personalizzata non è un lusso per pochi, ma la strategia più intelligente e umana per gestire la fragilità: questo approccio produce benefici su più livelli e risponde perfettamente alle recenti direttive dell’Agenzia Italiana del Farmaco in materia di appropriatezza prescrittiva. Dal punto di vista clinico – sottolinea Meneghin – superata una certa età non è affatto vero che “più farmaci” equivalgano automaticamente a “più salute”: al contrario, gli anziani sono spesso esposti a una politerapia eccessiva e non sempre appropriata, con l’assunzione contemporanea di numerosi medicinali. La medicina di precisione, integrata con gli strumenti geriatrici di valutazione multidimensionale (VMD), permette di rivedere in modo critico le terapie, riducendo ciò che non è utile o può essere dannoso e introducendo una vera cultura della “deprescrizione”, fondamentale per prevenire eventi avversi e ospedalizzazioni.
“Dal punto di vista economico e sistemico, la sfida della sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale non si gioca sull’estensione indistinta di tutte le cure a tutti, ma sulla capacità di garantire l’intervento giusto alla persona giusta. Superare la logica del 'trial and error' nella prescrizione significa ridurre sprechi, evitare esami inutili e limitare le complicanze evitabili. Investire in diagnosi genetiche e molecolari accurate oggi consente di generare un risparmio significativo domani, riducendo ricoveri ripetuti, gestione degli effetti collaterali e riacutizzazioni di patologie croniche come lo scompenso cardiaco”, evidenzia Meneghin.
L’appello che la Fondazione lancia alle istituzioni, alla comunità scientifica e alla società civile è netto: è tempo di superare l’ageismo clinico. “La desistenza terapeutica o diagnostica mascherata da prudenza anagrafica è una forma di discriminazione non più tollerabile. Dobbiamo imparare a distinguere chiaramente il concetto di appropriatezza da quello di rinuncia. L’appropriatezza tutela la persona perché offre l’intervento giusto al momento giusto; la rinuncia basata solo sul dato anagrafico espone la persona fragile a un rischio clinico inaccettabile”, ribadisce.
“L’accesso ai test genetici, agli screening familiari e alle terapie avanzate deve essere guidato esclusivamente da una valutazione biologica e funzionale della persona, mai dalla sua data di nascita”, conclude Meneghin. “L’educazione sanitaria è il prerequisito fondamentale affinché l’innovazione scientifica non lasci indietro nessuno: informare, spiegare e dare voce alla popolazione anziana è l’unico modo concreto per garantire equità, dignità e futuro in salute al nostro Paese.










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