Lisosoma

Per la patologia esiste una terapia enzimatica sostitutiva: la speranza è che presto arrivi lo screening neonatale

Il ricco insieme delle malattie da accumulo lisosomiale (LSD, lysosomal storage disease) è composto da un elevato numero di condizioni cliniche, tutte accomunate dalla carenza di specifici enzimi e, di conseguenza, dal deposito dannoso di determinate sostanze nell’organismo. Tra le LSD, le più note sono certamente le mucopolisaccaridosi, la malattia di Fabry e la malattia di Pompe, ma c’è anche l’alfa-mannosidosi, una patologia estremamente rara e, di conseguenza, poco conosciuta al di fuori degli ambienti specialistici.

L’alfa-mannosidosi è una malattia metabolica con una prevalenza che si stima sia inferiore a un caso ogni 500mila nati, ed è caratterizzata dalla carenza dell’enzima alfa-mannosidasi lisosomiale, con il conseguente accumulo di specifici zuccheri (oligosaccaridi ricchi in mannosio) nei lisosomi cellulari. La patologia va definita all’interno di un ampio spettro di caratteristiche cliniche e classificata sulla base della gravità: ecco perché ne sono state descritte tre diverse varianti, spesso però non chiaramente differenziabili nella pratica clinica. L’alfa-mannosidosi di tipo 1 è quella meno grave, perché l’accumulo degli zuccheri non degradati si realizza lentamente. Spesso viene riconosciuta dopo la prima decade di vita e in genere con comporta seri problemi a livello muscolare o scheletrico. L’alfa-mannosidosi di tipo 2 è la forma moderata, viene generalmente diagnosticata entro i primi dieci anni di vita e ha caratteristiche sovrapponibili alla malattia di tipo 1, ma con il prodursi anche di problematiche a livello scheletrico. Infine, l’alfa-mannosidosi di tipo 3, la forma più grave, viene individuata nei primissimi anni di vita del bambino e può comportare disturbi di tipo neurologico, con un deterioramento mentale progressivo molto rapido, problemi di natura scheletrica e organomegalia. Questa variante di malattia può portare alla morte entro il decimo anno di età.

Sul piano somatico, si possono riconoscere similitudini evidenti tra l’alfa-mannosidosi e altre patologie lisosomiali, in particolare le mucopolisaccaridosi (MPS). Nell’alfa-mannosidosi di tipo 2, infatti, oltre alle anomalie articolari e della colonna vertebrale è possibile osservare l’ingrossamento del fegato o della milza, opacità corneale, miopia, strabismo, perdita dell’udito, problemi cardiaci e un medio o lieve ritardo mentale. Inoltre, le alterazioni scheletriche e dei tessuti molli sono causa del prodursi di fattezze grossolane, peraltro presenti anche nella forma grave di malattia. Nel bambino affetto da alfa-mannosidosi di tipo 3, le alterazioni neurologiche, che possono essere evidenziate tramite risonanza magnetica cerebrale con reperti di atrofia corticale e idrocefalo, determinano un ritardo mentale piuttosto grave.

Esistono, tuttavia, alcuni aspetti che differenziano l’alfa-mannosidosi dalle mucopolisaccaridosi. Il primo è quello più prettamente psichiatrico, dal momento che i pazienti soffrono spesso di psicosi, allucinazioni, depressione e confusione mentale che, invece, non si riscontrano negli individui colpiti da MPS. L’altra grande differenza è legata alla compromissione del sistema immunitario: infatti, mentre nei pazienti affetti da MPS si possono avere infezioni ma non è stata mostrata un’alterazione di tipo immunologico, in quelli con alfa-mannosidosi è presente un’immunodeficienza sia di tipo umorale che cellulare, con una ridotta capacità di produrre anticorpi. Questi pazienti, dunque, sono esposti in misura maggiore alle infezioni, per via di un caratteristico difetto immunologico che vede i globuli bianchi - specialmente i macrofagi - meno pronti a reagire contro agenti batterici esterni.

L’alfa-mannosidosi è una malattia ereditaria dovuta a mutazioni nel gene MAN2B1, e viene trasmessa come carattere autosomico recessivo (tutti e due i genitori devono essere portatori della patologia perché la progenie risulti malata). Pur essendo noto il gene all’origine della malattia, non è attualmente possibile porre una diagnosi attraverso lo screening neonatale perché l’alfa-mannosidosi non è stata ancora inserita all’interno del pannello delle malattie lisosomiale previste. Quello che molti medici e tanti genitori si augurano è che ciò si realizzi presto, dal momento che, analogamente ad altre LSD, per l’alfa-mannosidosi un trattamento esiste: si tratta di velmanase alfa, una terapia enzimatica sostitutiva (ERT) recentemente approvata per pazienti con malattia in forma da lieve a moderata.

Il presente articolo, a cura di OMaR (Osservatorio Malattie Rare), fa parte di un progetto di sensibilizzazione sull'alfa-mannosidosi rivolto ai medici pediatri e promosso da CGM fablab.

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