Ospedale San Giuseppe

La Dr.ssa Antonella Caminati (Ospedale San Giuseppe di Milano): “Al momento abbiamo tre sperimentazioni attive”

La fibrosi polmonare idiopatica (IPF) è una patologia rara che è caratterizzata dalla progressiva e irreversibile degenerazione del tessuto polmonare, e che causa la riduzione della funzionalità respiratoria nelle persone che ne sono affette. Se fino a pochi anni fa l’unica opzione terapeutica disponibile era il trapianto, più recentemente sono stati approvati due nuove farmaci: il pirfenidone e il nintedanib, due molecole che agiscono sul processo fibrotico che determina la IPF e che, pur non rappresentando una cura per la patologia, contribuiscono in maniera significativa al rallentamento della sua progressione.

Proprio con l’obiettivo ultimo di raggiungere un trattamento definitivo per la IPF, sono diversi gli studi in corso, anche in Italia, volti ad analizzare l’efficacia di nuovi approcci terapeutici. “In particolare, al momento abbiamo attivi tre studi multicentrici, randomizzati, prospettici e in doppio cieco, per i quali l’arruolamento di pazienti volontari è ancora aperto”, spiega la Dr.ssa Antonella Caminati, dell’Unità Operativa di Pneumologia dell'Ospedale San Giuseppe di Milano, uno dei Centri di riferimento italiani per la IPF

“Il primo di questi studi – chiarisce Caminati – vuole valutare l’efficacia di una molecola, denominata GLPG1690, che è un inibitore di un enzima, l’autotassina”. Questa azione inibitoria interviene in una delle vie che contribuiscono al meccanismo di fibrogenesi: in particolare determina il blocco, a cascata, dei mediatori determinano la produzione eccessiva di tessuto connettivo (mediatori come il fattore di crescita del tessuto connettivo, l’interleuchina-6 e l’endotelina-1). “Lo studio è in Fase III – continua la Dr.ssa Caminati – quindi è già stata effettuata una ricerca che ha messo in evidenza, su un numero relativamente ristretto di pazienti, due fattori: il primo è che il farmaco, nel complesso, è ben tollerato; il secondo è che la sua somministrazione ha stabilizzato la funzionalità respiratoria nei pazienti con IPF facenti parte del gruppo sperimentale”. Nel nuovo studio di Fase III si vuole invece valutare l’efficacia di GLPG1690 su un numero molto più ampio di pazienti. Il farmaco, assunto per via orale, verrà testato in due diversi dosaggi (200 mg e 600 mg) e in combinazione con terapia a base di pirfenidone o nintedanib.

“Un’altra ricerca per la quale l’arruolamento è ancora attivo vuole studiare l’azione di un anticorpo monoclonale umano, chiamato VAY736, che va ad inibire le cellule-B, facenti parte del sistema dell’immunità cellulo-mediata”. Anche questo sistema infatti, sembra essere coinvolto nel meccanismo che porta alla fibrosi, e questo nuovo farmaco (che va invece somministrato sottocute, ogni 4 settimane) è progettato per contrastarlo. “Si tratta di uno studio di Fase II, in cui si vuole quindi valutare l’efficacia e la sicurezza della molecola, e che proprio per questo motivo ha dei criteri di inclusione particolari che indicano l’attivazione del sistema dell’immunità cellulo-mediata (come la presenza di auto-anticorpi o l’ingrossamento, evidenziato tramite TAC, dei linfonodi mediastinici”.

Nell’ultima sperimentazione, invece, si utilizza una polvere secca contenente il farmaco TD139, che viene somministrato per via inalatoria, attraverso strumenti molto simili a quelli utilizzati per il trattamento della broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO). “Si tratta sempre di uno studio di Fase II: l’azione del farmaco, in questo caso, è quella di inibire la galectina-3, una proteina ad attività profibrotica che modula l’attività dei fibroblasti e dei macrofagi”.

Ciascuno di questi studi coinvolge, oltre all'Ospedale San Giuseppe di Milano, diversi Centri di riferimento italiani per l’IPF, coprendo larga parte del territorio nazionale e rappresentando, così, un’ulteriore possibilità per gli oltre 15.000 pazienti affetti da fibrosi polmonare idiopatica nel nostro Paese.

 

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