Prof. Andrea GiustinaIn passato si riteneva che l’acromegalia non potesse essere associata a fragilità scheletrica. Solo nei primi anni duemila, grazie agli studi condotti dal gruppo di ricerca del prof. Andrea Giustina, è stato dimostrato che i pazienti sono a rischio di sviluppare fratture vertebrali

MILANO – L’acromegalia è una malattia endocrina che insorge in età adulta, causata da un'eccessiva secrezione di ormone della crescita (GH) da parte di un adenoma ipofisario e caratterizzata dallo sviluppo di complicanze croniche che compromettono la qualità di vita dei pazienti affetti determinando anche, soprattutto se la malattia non è ben controllata, una mortalità precoce.

Oltre alle complicanze per così dire tradizionali dell’acromegalia, quali il diabete mellito, la cardiopatia ipertrofica, la sindrome delle apnee notturne e l’artropatia invalidante, negli ultimi anni è stata identificata e studiata nei suoi aspetti fisiopatologici e clinici una nuova complicanza dell’ipersecrezione cronica di GH, quella che recenti studi hanno definito “osteopatia acromegalica”, che predispone i pazienti affetti ad avere vertebre più fragili e cifosi della colonna.

L'ultima ricerca, pubblicata sulla rivista Endocrine, è stata condotta dal prof. Andrea Giustina, Ordinario di Endocrinologia dell'Università San Raffaele di Milano, dal dr. Gherardo Mazziotti dell'ASST Carlo Poma di Mantova e dal dr. Filippo Maffezzoni dell'Università di Brescia.

Nel passato si riteneva che l’acromegalia non potesse essere associata ad una fragilità scheletrica, anzi i dati forniti dalla densitometria ossea sembravano suggerire addirittura che l’eccesso di GH potesse proteggere dal rischio di fratture. Solo nei primi anni duemila, grazie agli studi condotti dal gruppo di ricerca del prof. Giustina, è stato possibile dimostrare per la prima volta che i pazienti affetti da acromegalia sono in realtà a rischio di sviluppare fratture vertebrali da fragilità, anche in assenza di una diagnosi MOC di osteoporosi.

«Successivi studi, condotti sia in Europa che negli Stati Uniti, hanno confermato questi dati e hanno consentito di caratterizzare, sia da un punto di vista clinico che fisiopatologico, l'osteopatia acromegalica, in cui un’alterazione della microarchitettura ossea che coinvolge in maniera selettiva le vertebre predispone circa un terzo dei pazienti a sviluppare fratture vertebrali», commentano il prof. Giustina e il dr. Mazziotti. «L’elevata concentrazione dei livelli circolanti di GH è certamente il fattore più importante nel determinare il rischio fratturativo, che tuttavia risulta essere elevato anche in alcuni pazienti nei quali la malattia acromegalica è ben controllata dalla terapia chirurgica o farmacologica, in relazione alla coesistenza di fattori di rischio, quali pre-esistenti fratture vertebrali che predispongono al cosiddetto “effetto domino”, ipogonadismo e diabete mellito».

Un ulteriore fattore di rischio potrebbe essere rappresentato dall’ipovitaminosi D, considerando l’elevata prevalenza di tale condizione patologica nella popolazione acromegalica, analogamente a quanto si osserva nella popolazione generale. Infatti, la vitamina D è un ormone steroideo essenziale per la salute dello scheletro, in quanto è indispensabile per l’assorbimento intestinale di calcio, il quale a sua volta influenza il grado di mineralizzazione ossea. Sappiamo che nella popolazione generale l’ipovitaminosi D è una condizione associata ad un elevato rischio di fratture da fragilità.

«Quale possa essere l’impatto reale dell’ipovitaminosi D sul rischio di fratture vertebrali del paziente con acromegalia è ancora incerto. Se da una parte è noto da molti decenni che l’eccesso di GH si associa ad una aumentata produzione renale e tissutale di vitamina D attiva, recentemente è stato pubblicato uno studio sulla prestigiosa rivista internazionale Endocrine che dimostra una ridotta biodisponibilità periferica della vitamina D attiva nei pazienti con acromegalia, quale conseguenza di un aumento dei livelli circolanti della sua proteina di trasporto», proseguono gli autori.

«Sulla base di questi dati, è quindi ipotizzabile che il paziente acromegalico sia predisposto a sviluppare una severa ipovitaminosi D anche funzionale, legata quindi non solo ai bassi livelli circolanti di vitamina D ma anche alla sua ridotta attività biologica a livello dei tessuti bersaglio», concludono Giustina e Mazziotti. «Sono necessari però ulteriori studi per capire se la ridotta efficacia biologica della vitamina D sia effettivamente correlata ad un aumento delle fratture nei pazienti con acromegalia».

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