Tre i protocolli già in corso, uno prenderà il via tra qualche mese finanziato da AIRC

Lo chiamano tutti vaccino, ma non ha nulla a che vedere con quello che ci difende dalle malattie stagionali o pediatriche. L’immunoterapia con cellule dendritiche – questo il nome proprio – è stata sviluppata per chi, invece, è già stato colpito da una malattia: il glioblastoma multiforme (GBM), uno dei tumori più diffusi e maligni che colpiscono il cervello. E’ questa una delle promettenti strategie terapeutiche messe a punto dai ricercatori internazionali, negli ultimi anni, per migliorare l’infausta prognosi di questa neoplasia, rapidamente progressiva e oggi ancora con sopravvivenza media di pochi mesi. Anche in Italia si sta sperimentando l’efficacia dell’immunoterapia: all’Istituto Besta di Milano, uno dei (pochi) centri di riferimento nazionale per il glioblastoma, i primi trial sono stati avviati nel 2010 e oggi, seppure i dati non siano stati ancora resi pubblici sulle riviste scientifiche, facciamo il punto della situazione con il Dott. Gaetano Finocchiaro che dirige la Neuroncologia molecolare.

Come funziona l’immunoterapia

Il principio alla base è quello di indurre l’organismo del paziente a reagire contro il suo stesso tumore. Per farlo vengono sfruttate le cellule dendritiche, componente del sistema immunitario, che normalmente sorvegliano la presenza di infezioni e si sono dimostrate in grado di riconoscere gli antigeni del tumore per attaccarlo. Le cellule dendritiche sono prelevate dal paziente dopo l’intervento di asportazione del tumore (leucaferesi), sviluppate in laboratorio e poi re-iniettate nel paziente stesso per via intradermica. Gli studi confermano che non solo le cellule dendritiche riescono ad attivare una risposta difensiva, a cui partecipano significativamente i linfociti (natural killers), ma sono anche capaci di aggirare in parte l’immunosoppressione attivata dal tumore, uno stratagemma della malattia per sfuggire all’attacco immunitario dell’organismo.

Le sperimentazioni in corso

Autorizzato dall’AIFA nel 2010 lo sviluppo di vaccini anti-glioblastoma presso l’istituto milanese, sono due le sperimentazioni attualmente in corso. DENDR1 (Phase I clinical trial of immunotherapy with autologous tumor lysate loaded dendritic cells in patients with newly diagnosed glioblastoma multiforme) include pazienti adulti in prima diagnosi, e DENDR2 (Phase I clinical trial of immunotherapy with autologous tumor lysate loaded dendritic cells in patients with recurrence of glioblastoma multiforme) per quelli in recidiva. In entrambi i protocolli, l’efficacia terapeutica dell’immunosoppressione è valutata a fianco dei trattamenti standard per il glioblastoma multiforme, ovvero l’intervento chirurgico e la chemioterapia con temozolamide. Ad oggi sono una cinquantina i pazienti che si sono sottoposti al vaccino.

Quali sono i risultati preliminari? “Questi studi hanno un disegno statistico in due fasi: se nella prima fase si raggiunge un numero prestabilito di pazienti liberi da malattia, ovvero la cosiddetta PFS, si prosegue la sperimentazione. Altrimenti ci si ferma. Per nessuno dei due studi abbiamo ancora raggiunto questo risultato, fissato a 24 pazienti – spiega Finocchiaro - Non possiamo ancora dare una risposta chiara sul fatto che proseguiremo o meno gli studi. In questo momento vediamo dei risultati soddisfacenti in pazienti trattati in prima diagnosi, meno soddisfacenti quelli in pazienti con tumore recidivante. Per il protocollo DENDR2 riusciremo ad avere un quadro più chiaro entro qualche mese per capire se possiamo proseguire o no la sperimentazione”.

Di prossima approvazione un altro studio di immunoterapia, finanziato da AIRC e Ministero della Salute. “E’ uno studio pilota, sempre con cellule dendritiche che in questo caso sono però attivate contro le cellule simil-staminali del tumore. Ci auguriamo che la sperimentazione possa iniziare entro il primo semestre del prossimo anno.”

Infine negli ultimi mesi il team di ricerca del Besta si è unito allo studio ACT VI, una sperimentazione internazionale di fase III iniziata alla Duke University che fa capo ad altri centri di ricerca internazionali, anche italiani.

“Viene trattato un sottogruppo di glioblastomi con mutazione specifica, l’EGFR variante 3, che rappresentano circa il 25-30% dei pazienti colpiti da questi tumori. Questa mutazione codifica per una proteina normalmente non presente nel nostro organismo: in questo caso non si usano le cellule dendritiche, ma il vaccino è un peptide che riproduce questa sequenza anomala. Il nostro gruppo si è impegnato a trattare almeno sei pazienti, data la bassa incidenza di questo sottogruppo, se possibile anche di più.” Questa sperimentazione è ancora in fase di reclutamento pazienti.

Tempi e accessibilità: i limiti della sperimentazione

Per un glioblastoma in recidiva l’aspettativa di vita è in mesi, non in anni. Le tempistiche per sviluppare il vaccino anti-tumorale autologo non sono ottimali: due mesi, comprensivi della preparazione delle cellule dendritiche e i controlli di sterilità per la somministrazione. Limiti tecnici, a cui si aggiunge anche il quadro clinico del paziente che, dopo l’intervento chirurgico, deve essere in condizioni adeguate per sopportare a livello immunitario la somministrazione del vaccino. E’ chiaro, quindi, che non tutti i pazienti colpiti da questo tumore in Italia riescano ad accedere alla sperimentazione. Vi si aggiungono anche le barriere territoriali: ad oggi i protocolli attivi per l’immunoterapia anti-glioblastoma si trovano solo a Milano.

“Molte persone si rivolgono a noi quando sono state già operate. Però prima dell’intervento chirurgico sono necessarie delle procedure senza le quali non possiamo poi sviluppare l’immunoterapia. E’ possibile però avviare una collaborazione con altri centri, per rendere accessibile la sperimentazione a pazienti esterni al Besta.”

Lo sviluppo dei vaccini anti-glioblastoma è un terreno florido, soprattutto all’estero dove sono in crescita centri di riferimento con trial approvati. Ma anche aziende che vendono terapie.

“Ci sono molti pazienti che vengono attratti all’estero da aziende che promuovono terapie con cellule dendritiche che non hanno mai ‘conosciuto’ le proteine del tumore. Dalla ricerca non abbiamo ancora conferme che l’immunoterapia con queste cellule sia efficace: per il momento nei protocolli viene somministrata solo abbinata alla terapia standard. L’unica evidenza che abbiamo, però, è che queste aziende chiedono ai pazienti cifre rilevanti per dei trattamenti ancora in fase di studio.”

 

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