Pochi giorni fa il trapianto su una bimba italiana, la prima ad accedere alla sperimentazione

Una mancanza di ossigeno al momento della nascita, poco più di tre anni fa, le aveva provocato una paralisi cerebrale: la sua capacità di muoversi e parlare normalmente sembrava essere definitivamente compromessa. Per questa bimba però oggi si accende una speranza: quella di un miglioramento grazie al trapianto di cellule staminali ematopoietiche estratte dal suo stesso cordone ombelicale.  Pochi giorni fa, infatti, negli Usa,  dove è in corso una sperimentazione sotto il controllo della FDA in base ad un protocollo coordinato dalla pediatra Joanne Kurtzberg, la piccola ha ricevuto il trapianto che secondo i medici è andato bene.

 

La piccola è stata selezionata a livello mondiale tra i 4.700 bimbi affetti da paralisi cerebrale i cui genitori hanno scelto di conservare privatamente e ad uso autologo le cellule staminali del cordone ombelicale. L’intervento è stato eseguito al Medical Center della Duke University (Durham, North Carolina) Naturalmente per sapere quali saranno gli esiti della terapia bisognerà attendere del tempo e la cautela è d’obbligo.

La possibilità di accedere a questa sperimentazione – che è prevista su 60 bambini di tutto il mondo tra 1 e 6 anni -  è venuta dalla scelta fatta dai genitori al momento della nascita – o probabilmente prima, questo non è dato saperlo – quella di conservare ad uso autologo il cordone ombelicale. Conservare ad uso autologo significa che quelle cellule staminali potranno essere usate solo per il nascituro e saranno escluse dal circuito internazionale di biobanche all’interno del quale chiunque ne ha bisogno può trovare un donatore compatibile. 
In Italia la conservazione autologa è possibile solo se ci si rivolge, a pagamento, ad una banca di conservazione privata che 'stocca' i cordoni all'estero: la scelta alternativa, se non si vuole perdere il sangue cordonale, è appunto donarlo e metterlo a disposizione di tutti.

C’è, tuttavia, una eccezione: nel caso in cui il nascituro, o qualcuno della sua famiglia, sia affetto da una malattia che può beneficiare del trapianto autologo, la conservazione ‘per se stessi’ è permessa, del tutto gratuitamente, anche nelle strutture pubbliche e si chiama, in questo caso, conservazione ad uso dedicato. Specificare queste cose è importante perché probabilmente questo caso è destinato a riaprire un dibattito piuttosto acceso sulle norme che in Italia regolano la donazione e la conservazione del cordone ombelicale, con posizione scientifiche differenti e non poche implicazioi etiche.
A commento di questa storia, che comunque segna un progresso nella ricerca clinica, sono subito arrivati commenti, il primo quello dell’Assobiotec  - Associazione nazionale per lo sviluppo delle biotecnologie, che fa parte di Federchimica, che per bocca del presidente  Alessandro Sidoli ha detto:  “Da questa notizia viene la conferma che conservare le cellule del cordone ombelicale per uso autologo è una grande opportunità terapeutica. E’ necessario pertanto che anche in Italia si smetta di demonizzare le scelte delle tante famiglie italiane che hanno deciso di conservare privatamente i cordoni. Le terapie cellulari rappresentano a tutti gli effetti uno degli ambiti di maggiore potenzialità per il futuro della medicina e per questo meritano di essere sviluppate all’interno di dettagliati e controllati protocolli scientifici”.
La puntualizzazione, che in altri tempi sarebbe potuta apparire scontata, ha un senso chiaro se la si legge alla luce di tutto quanto è accaduto intorno al ‘caso Stamina’.
“Questa notizia – ha concluso Sidoli – mostra anche come la collaborazione pubblico-privato possa dare frutti importanti in termini di avanzamento delle applicazioni terapeutiche, se gestita in modo virtuoso da entrambe le parti”.



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