Il taglio del cordone ombelicale è il primo gesto che separa fisicamente la madre dal figlio appena nato, ma ciò che un tempo era considerato inutile e veniva gettato, a significare l'inizio di una vita autonoma, oggi assume un valore inestimabile. Il sangue contenuto nel cordone ombelicale, infatti, è ricco di cellule staminali ematopoietiche che popolano il midollo osseo, a partire dalle quali è possibile produrre globuli rossi, globuli bianchi e piastrine. In questo senso, grazie al trapianto di cellule staminali cordonali diviene possibile offrire una speranza di cura a molti individui malati di leucemia o affetti da patologie genetiche ereditarie del sangue, come l'anemia di Fanconi.

Ad illustrare, numeri alla mano, i progressi e i vantaggi fatti registrare da questa nuova possibilità terapeutica è la dott.ssa Karen Ballon, oncologa presso la divisione di Onco-Ematologia del Cancer Center dell'Università della Virginia, la quale, in un'interessante revisione apparsa sulla rivista Stem Cells Translational Medicine, fa il punto sui traguardi tagliati, sulle sfide da superare e sulle prospettive future offerte da questa tecnica.

Poiché le cellule del cordone ombelicale possono essere donate al momento della nascita, è fondamentale poter disporre di una rete di biobanche che si occupi della crioconservazione, secondo i termini di legge e le opportune modalità di mantenimento dei tessuti donati. Scorrendo i dati pubblicati dalla Ballon e approvati dalla Cord Blood Association, si osserva come negli Stati Uniti siano circa 700.000 i cordoni donati nel circuito della Sanità Pubblica, ma sono più di 4 volte tanti quelli donati in ambito privato, a conferma della sensibilità della popolazione in merito alle malattie ematologiche e alla conseguente necessità di non trascurare ogni possibile risorsa curativa. Naturalmente, i costi di gestione di questi istituti, soggetti al controllo della Food and Drug Administration (FDA), non sono trascurabili, e il fatto che solo 1 su 10 dei campioni conservati venga effettivamente impiegato contribuisce in maniera netta all'ulteriore innalzamento del totale delle spese. Perciò, le biobanche stanno adottando sistemi in grado di potenziare la qualità del materiale conservato, selezionando con attenzione le cellule sulla base del tipo di antigene leucocitario umano (HLA) e ottimizzando il numero di cellule minimo da sottoporre al protocollo di crioconservazione.

Il trapianto di cellule staminali cordonali è un tipo di trapianto allogenico che offre minimi problemi di istocompatibilità, riducendo così il rischio di rigetto; pertanto, si configura come un'utile opportunità per i malati di leucemia, linfoma, mieloma, malattie mieloproliferative, malattie genetiche e disordini del metabolismo. Tra i vantaggi legati all’impiego di sangue cordonale si annoverano i tempi di attesa ridotti, il miglioramento della compatibilità HLA e la riduzione dei casi di malattia da trapianto contro l’ospite (GVHD). Tuttavia, la tecnica non è esente da una certa percentuale di insuccesso. La limitata quantità di cellule disponibili rende difficile il processo di attecchimento e rallenta l’immunoricostituzione. Inoltre, dopo il trattamento, non si può escludere il rischio di una recidiva della malattia, che, soprattutto nel caso dei tumori ematologici, rimane ancora una delle principali cause di decesso dei pazienti.

Per limitare questo genere di inconvenienti sono allo studio nuove soluzioni: da una parte si ricorre all'infusione di una 'doppia unità cordonale', un procedimento con il quale si intende ottenere un incremento nel numero delle cellule progenitrici, dall’altra si punta sull’espansione ex vivo delle cellule mesenchimali, una metodica che, ricorrendo a protocolli diversi, ha dato buoni risultati in più di uno studio clinico. Tuttavia, come spiega la Ballon, il trapianto di una doppia unità cordonale ha costi elevati, ed è perciò importante rendere sempre più efficace il regime preparatorio al trapianto per giungere ad un efficace livello di immunoricostituzione post-trapianto. Per far ciò, si è percorsa una via che punta sull’implementazione di un processo di 'homing' delle cellule staminali infuse, che in questo modo possono rimanere più a lungo nel midollo osseo ed avere maggiori probabilità di proliferare. Anche questo potrebbe contribuire alla riduzione del tasso di infezioni e, più ancora, di recidiva di malattia.

Infine, la ricercatrice statunitense porta all’attenzione i futuri possibili campi di applicazione del trapianto di sangue cordonale, individuandoli nel trattamento di patologie neurologiche (paralisi cerebrale, encefalopatia ipossica ischemica e traumi cerebrali) e cardiovascolari (cardiomiopatia dilatativa e ischemia). Se si considera che oggi sono circa 15 milioni i bambini nel mondo che nascono prematuri e sono a maggior rischio di sviluppare sindromi neuro-comportamentali, la cui origine è riconducibile a episodi ischemici o di ipossia, non ci si può fermare di fronte alle difficoltà intrinseche legate alla tecnica, ma si può solamente lavorare per superarle.

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