Salvatore Petta

Definiti anche degli algoritmi di triage per identificare i pazienti a rischio di danno epatico da mandare dallo specialista

La prevalenza della steatosi epatica non alcolica (NAFLD, Non Alcoholic Fatty Liver Disease) è in aumento in tutto il mondo. Obesità, invecchiamento della popolazione, diffusione del diabete, consumo di cibi processati ricchi di acidi grassi saturi, fruttosio e di zuccheri industriali sono le cause principali. Questa situazione ha indotto le tre società scientifiche competenti sul tema a redigere delle nuove linee guida per la gestione dei pazienti. Da qui è nata la collaborazione tra AISF (Associazione Italiana per lo Studio del Fegato), SID (Società Italiana di Diabetologia) e SIO (Società Italiana dell’Obesità), esposta nel webinar “Steatosi epatica non alcolica 2021: linee guida per la pratica clinica di AISF, SID e SIO”. 

Le linee guida sono state pubblicate sulle rispettive riviste delle tre società scientifiche e fanno parte delle linee guida accettate e disponibili sul sito dell’Istituto Superiore di Sanità, attribuendo ad esse quindi anche una valenza medico-legale rilevante. 

“La collaborazione tra diversi specialisti è un primo elemento volto a mettere in luce la dimensione multidisciplinare della malattia”, sottolinea il Prof. Salvatore Petta, Professore Associato di Gastroenterologia presso l’Università di Palermo. “Anzitutto, le linee guida si occupano della componente diagnostica, fondamentale per individuare i pazienti a maggior rischio. Abbiamo così definito degli algoritmi di triage diagnostici che permettono di identificare i pazienti a rischio di danno epatico da mandare dallo specialista. Ci siamo soffermati anche sulla terapia: l’approccio più efficace, ma difficile da implementare, consiste nella correzione dello stile di vita, visto che il 7-10% di calo ponderale è in grado di portare una regressione del danno epatico. La NAFLD, infatti, è causata da alterazioni metaboliche: l’obesità, il diabete, un cattivo stile di vita in termini di sedentarietà, una dieta povera in termini di acidi grassi polinsaturi, in fibre, in vitamine e ricca in acidi grassi saturi, carni processate, fruttosio industriale usato per soft drink e salse. Intervenire, già preventivamente, su questi aspetti porterebbe sicuro beneficio alla salute del fegato”.

La malattia da fegato grasso può anche rimanere a lungo latente. Chi ne è consapevole spesso è perché ha già un livello avanzato della patologia, mentre anche in coloro che hanno una cirrosi epatica non compensata il tasso di ritardo diagnostico è molto elevato. “Per identificare i soggetti senza sintomi abbiamo proposto alcuni algoritmi molto semplici con cui applicare dei punteggi sulla base dei valori di transaminasi, età, piastrine”, spiega il Prof. Alessio Aghemo, Segretario AISF. “In base a questi parametri si può stabilire chi debba essere sottoposto a un controllo con fibroscan, chi a visita specialistica, chi possa proseguire con il controllo del medico di medicina generale. Nella casistica di due centri milanesi, Humanitas e San Giuseppe, abbiamo notato che un paziente su due ha valori inferiori al livello di rischio: è la dimostrazione della scarsa consapevolezza ancora presente sul territorio. Nei prossimi due anni avremo farmaci in grado di agire direttamente sul fegato grasso, quindi è importante individuare per tempo queste persone. Nel 2023-2024 avremo i dati finali della Fase III di 8 farmaci. Molti di questi sono promettenti: alcuni agiscono sui meccanismi che causano il diabete e migliorano la sensibilità all’insulina; altri aiutano a perdere peso, riducendo la quantità di grasso all’interno del fegato. Tra le terapie oggi efficaci vi è la chirurgia bariatrica, ma non può essere adattata a qualunque soggetto. Una soluzione estrema è rappresentata dal trapianto di fegato, del quale la malattia da fegato grasso avanzata rappresenta una delle cause principali. Anche questo tema è stato affrontato nelle nuove linee guida”.

La steatosi epatica non alcolica è in rapida diffusione e rappresenta un allarme tra le malattie croniche di fegato. “La NAFLD interessa almeno un quarto della popolazione generale e più della metà dei soggetti obesi o diabetici”, evidenzia il Prof. Petta. “Provoca un incremento dei pazienti con cirrosi epatica e del rischio di relative complicanze. Proprio quest’ultimo aspetto è rilevante: coloro che hanno una malattia di fegato avanzata e quindi a rischio di complicanze sono circa l’1-2% della popolazione generale, che può sembrare una cifra esigua, ma è elevata in termini di salute pubblica se rapportata al suo ampio denominatore. Inoltre, la percentuale aumenta al 10-15% se si fa riferimento alla popolazione diabetica. Questo significa un incremento nel numero di casi di epatocarcinoma e di cirrosi epatica scompensata, con relativo aumento anche nei trapianti”.

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