Dottor Livio Pagliani

Il dottor Livio Pagliani (San Vito al Tagliamento): “La combinazione di ossigenoterapia e trattamento farmacologico ha permesso a un paziente di recuperare una discreta capacità visiva”

Generalmente la noia si combatte con una serie di pratiche che nulla hanno a che vedere con la medicina, ma se con la parola “NOIA” intendiamo l’acronimo di una rara malattia degli occhi, la neurite ottica ischemica anteriore, le cose sono destinate a cambiare; ancor più se consideriamo che al momento non sono disponibili trattamenti specifici per questa condizione, che si presenta come un’infiammazione del nervo ottico risultante in una riduzione (quando non addirittura una perdita) della visione. Di fronte a un limitato ventaglio di opzioni terapeutiche è dunque necessario affidarsi a una profonda conoscenza dei meccanismi fisiologici della malattia, grazie a cui poter anche arrivare a considerare soluzioni mai provate in precedenza.

NOIA: UNA MALATTIA, DUE FORME

La neuropatia ottica ischemica anteriore (NOIA) è un infarto del disco ottico e può essere di due distinte tipologie”, spiega il dott. Livio Pagliani, specialista in Oftalmologia presso Polismedica di San Vito al Tagliamento (PN). “La forma cosiddetta arteritica è dovuta a un’infiammazione delle arterie, come avviene in una vasculite nota come malattia di Horton (o arterite a cellule giganti). Al contrario, la forma non arteritica è legata a uno scorretto stile di vita, caratterizzato da abuso di fumo o sostanze, ma può anche essere collegata a patologie come il diabete o l’aterosclerosi; oppure avere un’origine malformativa, come nel caso della stenosi delle arterie ciliari posteriori”.

Il sintomo più evidente della NOIA è la riduzione dell’acuità visiva, che si manifesta in maniera rapida e, nella maggior parte dei casi, indolore. L’esame del campo visivo mette in evidenza difetti nel disco ottico e spesso, soprattutto nella forma arteritica, risultano alterati gli esami della VES (Velocità di Eritro-Sedimentazione) e della PCR (Proteina C Reattiva). “Nella forma non arteritica, che colpisce soprattutto individui al di sopra dei 50 anni, la perdita della vista non sembra essere così grave come in quella arteritica, che invece riguarda solitamente persone oltre i 70 anni”, precisa Pagliani. “Tuttavia, è fondamentale distinguere con precisione le due condizioni, dal momento che l’interessamento di entrambi gli occhi è molto più comune nella variante arteritica”.

I pazienti affetti da NOIA arteritica vengono trattati con corticosteroidi (prednisone o metilprednisolone), ma nei casi di NOIA non arteritica le opzioni terapeutiche sono attualmente insoddisfacenti.

UN TRATTAMENTO COMBINATO PER LA NOIA NON ARTERITICA

Diversi anni fa ho avuto modo di visitare un paziente di 45 anni nel quale l’esame del campo visivo computerizzato ha messo in evidenza un deficit completo e profondo in entrambi gli occhi, che il paziente riferiva ad una patologia che lo aveva reso completamente invalido e quasi cieco”, racconta Pagliani. “L’anamnesi mi fece propendere verso una forma non arteritica di NOIA e proposi al paziente una terapia basata sulla somministrazione di acido pentossifillico in associazione a cicli ripetuti di ossigenoterapia iperbarica”.

Come spiega l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’ossigenoterapia iperbarica è “una terapia sistemica che sfrutta la solubilità fisica dell’ossigeno in pressione” e può far giungere l’ossigeno disciolto nel plasma anche nei distretti dell’organismo e nei tessuti che, a causa di alterate condizioni locali, non ricevono una buona irrorazione sanguigna. Parallelamente, l’acido pentossifillico (o pentossifillina), un farmaco ad attività antitrombotica, è in grado di migliorare il flusso sanguigno attraverso i vasi. “Abbiamo sottoposto il paziente a cicli di 20 giorni di ossigenoterapia iperbarica, per almeno 3 volte all’anno, associando a ciò l’assunzione continuata di acido pentossifillico”, precisa Pagliani, che per lo speciale trattamento del paziente si è appoggiato all’Unità di Anestesiologia e Rianimazione dell’Ospedale di Fidenza (Parma). Al termine di ogni ciclo terapeutico, il paziente è stato sottoposto a una visita oculistica completa con campo visivo computerizzato.

Dopo i primi quattro cicli il paziente ha riacquistato una discreta capacità visiva e dopo due anni dall’inizio del protocollo di trattamento ha recuperato l’uso della patente”, conclude Pagliani. “Allo stato attuale [il paziente ha oggi 60 anni, N.d.R.], la capacità visiva è rimasta pressoché invariata. L’evoluzione positiva del caso, dunque, è dovuta alla combinazione di un farmaco, quale l’acido pentossifillico, e l’aumento della concentrazione ematica dell’ossigeno”. Un approccio frutto di studio e collaborazione multidisciplinare, grazie a cui sono state gettate le basi per il buon recupero della funzione visiva del paziente.

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