Si tratta di un enzima in grado di rompere il cordone fibroso provocato dalla malattia nel palmo della mano, ripristinando la normale funzionalità delle dita

Milano. Dal 2014 a oggi, oltre 200 casi curati per via mininvasiva non chirurgica, con un indice di gradimento del paziente molto elevato. A fornire questa panoramica sul trattamento della malattia di Dupuytren tramite collagenasi di Clostridium histolyticum è la dott.ssa Fabiana Zura Puntaroni, Surgery Assistant dell’Unità Operativa di Chirurgia della Mano dell’Istituto Clinico Humanitas di Milano, diretta dal dottor Alberto Lazzerini.

La malattia di Dupuytren è tuttora oggetto di studio da parte del mondo accademico. Le cause, infatti, non sono ancora chiare, e si ipotizzano, all'origine, fattori genetici, metabolici, meccanici e farmacologici. “La patologia si manifesta con dei noduli sottocutanei nella fascia palmare. Questi progrediscono in cordoni tendenzialmente duri e tesi, che sono alla base della flessione progressiva o permanente di una o più dita della mano”, spiega la dottoressa Puntaroni. “Si tratta di una condizione che colpisce circa il 15% della popolazione anziana (ne sono interessati soprattutto gli uomini adulti, con un’incidenza che aumenta dai 50 anni in su), attestandosi come una delle patologie più comuni tra tutte le malformazione della mano. Può limitare in modo molto importante determinate attività quotidiane, come lavarsi, vestirsi o deambulare con un bastone”.

La collagenasi di Clostridium histolyticum è un enzima che, somministrato in ospedale dallo specialista, mediante iniezione nella zona interessata, permette di rompere il cordone fibroso, ripristinando la normale funzionalità della mano in tempi brevi. L’iter terapeutico prevede una sola infiltrazione, effettuata in day hospital, e, dopo 24 ore, l’estensione della mano in anestesia locale. In seguito, è necessario indossare dei tutori (progettati e costruiti dai tecnici ortopedici del reparto) per un periodo di due settimane 'full-time' e, successivamente, per un mese solo di notte. Lo scopo è tenere in estensione la mano, che altrimenti potrebbe flettersi nuovamente.

“Inizialmente, trattavamo con collagenasi solo gli stadi iniziali della malattia”, continua Puntaroni. “Nei casi più gravi procedevamo, invece, con l’intervento tradizionale di aponeurectomia (o anche fascectomia). Tuttavia, una volta visti gli ottimi risultati ottenuti con il nuovo trattamento, si è deciso, a livello della Società Italiana di Chirurgia della Mano (SICM), di procedere per via mininvasiva anche negli stadi più avanzati. Grazie a questo trattamento, infatti, l’individuo non è più soggetto a interventi chirurgici che possono comportare lunghi tempi di immobilizzazione, medicazione e riabilitazione, oltre a una comorbilità più importante e significativa”.

Secondo la classificazione di Tubiana e Michon, gli stadi della malattia di Dupuytren sono 4, oltre allo stadio N o 0 (caratterizzato da un nodulo palmare solitario che corrisponde al primo accenno della malattia). “Nello stadio N, ovvero dove non c’è flessione articolare e retrazione delle dita, si consiglia esclusivamente un attento monitoraggio nel tempo. In questi casi spieghiamo che, se il “double test” risulta negativo, ovvero se con il palmo della mano il paziente riesce a toccare l’intero piano del tavolo, non è necessario intervenire in alcun modo. Si procede esclusivamente con delle visite a distanza di 6 mesi/1 anno. Solitamente, sono gli stessi pazienti a tornare quando notano un peggioramento”, chiarisce la dottoressa.

Si tratta di una malattia recidivante in una buona percentuale di pazienti. “Dal punto di vista clinico, è possibile ripetere il trattamento con collagenasi più volte senza controindicazioni. Se la recidiva, invece, si presenta in individui precedentemente sottoposti ad aponeurectomia (condizione che si verifica nel 10-15% dei casi) si preferisce procedere con una nuova operazione in aperto, per comprendere se si tratti di una nuova manifestazione della malattia o di una cicatrice. In questo secondo caso, naturalmente, non c’è altra soluzione che l’asportazione chirurgica. Esiste, poi, una terza condizione in cui la patologia si ripresenta in un’altra posizione: qui si può procedere con un nuovo ciclo di trattamento con collagenasi. Una tecnica completamente sorpassata, invece, è la percutanea ad ago (procedura mininvasiva che utilizza un ago per spezzare in modo meccanico il cordone di collagene). sia per gli scarsi risultati che offriva, sia per le possibili complicazioni, a volte anche serie”, conclude la dott.ssa Puntaroni.

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