Nei Paesi occidentali il cancro del colon-retto rappresenta il secondo tumore maligno per incidenza e mortalità nella donna (dopo quello della mammella) e il terzo nell’uomo (dopo quello del polmone e della prostata). La malattia viene diagnosticata nel 90% dei casi in soggetti al di sopra dei 50 anni e raggiunge il picco massimo verso gli 80; in Italia si stima che questo tumore colpisca circa 40.000 donne e 70.000 uomini ogni anno. Negli ultimi anni si è assistito ad un aumento del numero di tumori, ma anche ad una diminuzione della mortalità, attribuibile soprattutto ad un’informazione più adeguata, alla diagnosi precoce e ai miglioramenti nel campo della terapia. In Italia lo screening consiste nella ricerca del sangue occulto nelle feci per tutte le persone di età compresa fra i 50 e i 69 anni.


I recenti avanzamenti nella biologia molecolare stanno consentendo di studiare la differente espressione dei geni coinvolti nelle neoplasie (genomica) e delle proteine da essi prodotte (proteomica), al fine di determinare un dettagliato profilo molecolare delle neoplasie. Questi progressi consentono di personalizzare la cura: negli ultimi anni si sta affinando sempre più la terapia mirata, che contrasta i meccanismi di formazione delle cellule cancerogene nei singoli tumori. L’utilizzo degli anticorpi monoclonali, che colpiscono selettivamente le cellule cancerogene senza conseguenze per quelle sane, ha rappresentato una rivoluzione nell’approccio terapeutico. Il primo tentativo di utilizzo degli anticorpi monoclonali su un paziente è del 1980, ma solo nel 1992 partì la sperimentazione sull’uomo del trastuzumab, il primo farmaco ad azione mirata sviluppato a partire dall’individuazione dello specifico meccanismo d’azione di un oncogene. Gli anticorpi monoclonali utilizzati nella terapia del tumore al colon retto, il cetuximab e il bevacizumab, sono stati approvati dalla Food and Drug Administration nel 2004, seguiti nel 2006 dal panitumumab.

Un passo avanti per aumentare la sopravvivenza


Gli esperti di tutto il mondo sono alla continua ricerca della combinazione migliore fra questi farmaci, solitamente associati, a seconda dei casi, alla chirurgia, alla chemioterapia e alla radioterapia, e un grande apporto alla ricerca viene dall’Italia. I risultati ottenuti dallo studio clinico tutto italiano denominato “Tribe” sono, come si usa dire in gergo tecnico, “practice changing”: di quelli che, cambiando la pratica clinica, possono fornire un beneficio immediato ai pazienti di tutto il mondo. Lo studio, pubblicato lo scorso 23 ottobre sulla rivista New England Journal of Medicine, è stato condotto da ricercatori provenienti da 33 centri oncologici su tutto il territorio nazionale, coordinati dal prof. Alfredo Falcone, direttore del Dipartimento Oncologico dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana.

Il progetto ha dimostrato che un mix di quattro farmaci chiamato FOLFOXIRI, associato a bevacizumab, ha migliorato la sopravvivenza nei pazienti con tumore metastatico del colon-retto, rispetto ad un altro mix di tre farmaci denominato FOLFIRI, sempre in combinazione con bevacizumab. Il professor Falcone e il suo gruppo hanno cominciato a studiare questa particolare combinazione di farmaci intorno al 2000 e, da allora, hanno pubblicato molti lavori significativi sull’argomento, ma con quest’ultima ricerca ne hanno provato definitivamente l’utilità clinica.

Nel corso di questo studio 508 pazienti con carcinoma colorettale metastatico non trattato sono stati assegnati in modo casuale a ricevere FOLFIRI più bevacizumab (gruppo di controllo) o FOLFOXIRI più bevacizumab (gruppo sperimentale). La sopravvivenza libera da progressione è stata di 12,1 mesi nel gruppo sperimentale, rispetto ai 9,7 mesi del gruppo di controllo, mentre la sopravvivenza globale è stata più lunga, ma non in modo significativo, nel gruppo sperimentale (31,0 contro 25,8 mesi). Ciò nonostante, l’incidenza di eventi avversi come neurotossicità di grado 3 o 4, stomatiti, diarrea e neutropenia sono risultati significativamente più alti nel gruppo sperimentale.

Colpire due recettori insieme inibisce la crescita delle cellule tumorali

Un altro studio in vitro, pubblicato sulla rivista Cell Proliferation da parte di un gruppo di lavoro (T. Luca et al.) proveniente da diversi centri ospedalieri e universitari di Catania, ha dimostrato che il trattamento combinato con cetuximab e trastuzumab inibisce la crescita delle cellule tumorali del colon-retto. La terapia con questi due anticorpi monoclonali è accettata da anni per diversi tipi di neoplasie: il trastuzumab, però, è stato approvato dall’FDA nel 1998 solo per il trattamento del carcinoma alla mammella.

La ricerca è partita dalla considerazione che l’iperattività dei recettori del fattore di crescita epidermico (EGFR) è coinvolta nella formazione dei tumori umani. Il gruppo ha studiato gli effetti sull’inibizione dell’EGFR e del recettore HER-2 in linee di cellule tumorali del colon. Questo recettore, finora coinvolto prevalentemente nel cancro della mammella, è infatti responsabile anche di una piccola percentuale di forme di cancro al colon-retto resistenti alle altre terapie. Contro l’HER-2 mutato esistono già alcuni farmaci biologici (fra i quali appunto il trastuzumab) che sono in corso di sperimentazione con risultati molto promettenti. Anche se i meccanismi molecolari coinvolti nella loro attività hanno bisogno di essere ulteriormente chiariti, questo studio ha rivelato che colpire i recettori EGFR e HER-2 contemporaneamente potrebbe avere applicazioni utili nel trattamento del cancro colorettale.

Migliorare la qualità di vita del paziente: la presa in carico globale

Gli anticorpi monoclonali, nonostante gli effetti benefici, presentano una certa tossicità e provocano diversi effetti collaterali che, sebbene di modesta entità rispetto alla chemioterapia tradizionale, vanno ad incidere sulla qualità di vita del paziente: i più frequenti sono le reazioni cutanee, il vomito e la diarrea. L’ultimo ritrovato della ricerca farmaceutica rivolto ai pazienti in trattamento con cetuximab è la crema Vigorskin K1 Plus, utile a combattere il rash cutaneo e a prevenirne l’insorgenza: la nuova formulazione è in grado di contrastare in modo efficace la tossicità, anche sulla pelle con lesioni cutanee non infette conseguenti ad abrasioni, dermatiti, acne, eczemi ed eritemi.

Strumenti come questo sono un valido supporto per i pazienti oncologici, ma i medici e il personale sanitario devono fare di più per non essere visti solo come “dispensatori di cure”: il supporto psicologico, la disponibilità all’ascolto, la trasparenza delle informazioni, l’empatia, la comunicazione fra il malato e l’équipe che lo ha in cura sono tutti fattori che incidono notevolmente sulla sua qualità di vita. La diagnosi di tumore, infatti, comporta un cambiamento nella visione e nell’organizzazione della vita della persona malata e dei suoi familiari, condizione che mette a nudo il senso più profondo dell’esistenza: perché, come scrisse Schopenhauer, “La salute non è tutto, ma senza la salute tutto è niente”.

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