Prof.ssa Michela Ori - Sindrome di Pitt-Hopkins

La prof.ssa Michela Ori (Pisa): “Il progetto che stiamo conducendo con il supporto di Telethon cercherà di capire meglio la funzione del gene che causa la malattia”

Pisa – Era il 1978 quando David Pitt e Ian Hopkins descrissero per la prima volta, sull'Australian Pediatric Journal, una malattia genetica rara che provoca alterazioni del neurosviluppo e che avrebbe poi preso il loro nome. Solo nel 2007, però, fu scoperta la causa della malattia, ovvero la mutazione in un gene specifico nel cromosoma 18, chiamato TCF4, che svolge un ruolo essenziale nello sviluppo del sistema nervoso e del cervello.

La sindrome di Pitt-Hopkins (PTHS) è caratterizzata da ritardo dello sviluppo, possibili problemi respiratori di iperventilazione episodica o apnea durante la veglia, convulsioni ricorrenti o epilessia, problemi gastrointestinali, mancanza di linguaggio e caratteristiche facciali distintive”, spiega Michela Ori, Professoressa Associata dell'Unità di Biologia Cellulare e dello Sviluppo presso il Dipartimento di Biologia dell'Università di Pisa. “Man mano che impariamo di più sulla sindrome, il suo spettro evolutivo si sta ampliando e alla sintomatologia descritta si possono aggiungere anche disturbi come ansia, disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) e disturbi sensoriali”.

Dall’ultimo censimento, che ha cercato di raccogliere informazioni in tutto il mondo, si conoscono poco più di 1.300 famiglie affette da PTHS, ma questo numero cresce ogni giorno con l'aumento delle diagnosi genetiche. Alcune stime suggeriscono che l'incidenza sia compresa tra un caso su 34.000 e uno su 41.000. L’Associazione Italiana Sindrome di Pitt-Hopkins include ad oggi 53 famiglie, ma questo numero potrebbe non rappresentare la totalità dei casi in Italia.

La diagnosi si basa sull’osservazione clinica e può essere confermata dall’analisi genetica”, prosegue la prof.ssa Ori. “La valutazione clinica è complicata dal fatto che mutazioni in altri geni possono causare un quadro clinico simile. Per questo diversi pazienti rimangono senza diagnosi genetica per molto tempo e rimane incerta anche la valutazione del rischio di ricorrenza familiare, che però sembra essere molto bassa: meno dell'1% delle famiglie potrebbe essere a rischio di avere più figli con Pitt-Hopkins”.

Anche se la causa della PTHS è nota, attualmente non esistono trattamenti farmacologici disponibili per questo disturbo. Ad oggi le terapie sono mirate soprattutto a limitare i sintomi più gravi, come ad esempio gli attacchi epilettici o la costipazione gastrointestinale, ma non c’è una vera cura per la patologia. Tuttavia, grazie alla comunicazione aumentativa e alle terapie di supporto, molte famiglie riferiscono che i loro figli possono ottenere progressi nell’apprendimento, nella comunicazione non verbale e nella coordinazione motoria, più di quanto si pensasse inizialmente.

Data la recente scoperta del legame fra il gene TCF4 e la malattia, si conosce ancora poco su come si possa intervenire da un punto di vista terapeutico. Per questo motivo la prof.ssa Ori sta conducendo, con il supporto di Telethon, un progetto che si chiama HOPeFOR e cerca di capire meglio la funzione del gene durante lo sviluppo embrionale, e in particolare quale sia il suo ruolo precoce nel regolare lo sviluppo del cervello e delle strutture craniofacciali. “La proteina codificata dal gene TCF4 è in grado di regolare a cascata molte altre proteine importanti nello sviluppo embrionale. Uno degli scopi del nostro progetto è quello di individuare questi 'target' di TCF4 per aiutarci a trovare nuovi modi per sopperire al suo malfunzionamento e anche a progettare interventi alternativi per la terapia genica”, sottolinea l'esperta.

Ma le novità nel campo della ricerca scientifica non finiscono qui: per la PTHS, al momento, ci sono infatti tre sperimentazioni in corso. La prima è una sperimentazione clinica di Fase II con un farmaco che si chiama NNZ-2591 (Ciclo-L-glicil-L-2-allilprolina) e può essere somministrato per via orale. “Lo scopo di questo trial è di valutare se il farmaco sia in grado di migliorare la connessione e la comunicazione neuronale, ma dovremo attendere la pubblicazione dei dati per poter conoscere maggiori dettagli. Questa ricerca al momento coinvolge pazienti solo negli Stati Uniti, ma se avrà buon esito potrà essere allargata in Fase III anche ad altri Paesi”, prosegue la biologa.

Sempre negli Stati Uniti partirà adesso nel 2024 una sperimentazione clinica che prevede il trapianto di microbiota intestinale per ridurre la sintomatologia gastrointestinale dei pazienti con PTHS: una terapia che potrebbe avere importanti ripercussioni sulla qualità della vita dei pazienti. Infine, in fase di sperimentazione preclinica, l’Università di San Diego in collaborazione con un'azienda farmaceutica sta cercando di mettere a punto un protocollo per la terapia genica che potrebbe finalmente rappresentare un approccio curativo. “I dati ottenuti sui topolini sono molto incoraggianti – conclude la prof.ssa Ori – ma saranno necessarie altre ricerche prima di poter passare alla sperimentazione umana.

Leggi anche: “Sindrome di Pitt-Hopkins, in Italia sono almeno 70 le persone con una diagnosi”.

 

 

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