Farmaci

L’Università di Milano ha valutato il ruolo della paroxetina, mentre l’Università di Firenze ha descritto le caratteristiche demografiche e cliniche associate alla patologia

Gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) sono farmaci efficaci e molto utilizzati nel trattamento della depressione. Purtroppo, il loro utilizzo può essere associato a effetti collaterali che colpiscono la sfera sessuale e che, in certi casi, possono continuare anche dopo la sospensione della terapia. Lo studio del laboratorio di Neuroendocrinologia dell’Università di Milano, coordinato dal prof. Roberto C. Melcangi e pubblicato su Psychoneuroendocrinology, è il primo a porre le basi per la comprensione delle cause della disfunzione sessuale post-SSRI (PSSD).

La depressione è una malattia psichiatrica cronica che colpisce più di 264 milioni di persone nel mondo e ha importanti conseguenze socioeconomiche. Sono diversi i farmaci a disposizione che vengono utilizzati nel trattamento di questa patologia, ad esempio gli inibitori delle monoaminoossidasi, gli antidepressivi triciclici, gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), gli inibitori della ricaptazione della serotonina-norepinefrina (SNRI) e la vortioxetina. Come spesso accade, questi trattamenti sono associati a effetti collaterali più o meno gravi, tra cui la disfunzione sessuale. La prevalenza di questa complicanza riportata in letteratura va dal 20 al 45%, a seconda del farmaco considerato. Oltre ai problemi osservati durante il trattamento, sono sempre di più i casi riportati di persistenza della disfunzione sessuale dopo la sospensione del farmaco. La disfunzione sessuale post-SSRI (PSSD) è infatti caratterizzata da disturbi sessuali ed emotivi associati all'esposizione agli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI) o agli inibitori della ricaptazione della serotonina-norepinefrina (SNRI).

L’eziologia della PSSD resta ancora sconosciuta ma, grazie alla ricerca portata avanti negli ultimi anni, inizia a delinearsi un quadro più preciso della situazione. Stando a un sondaggio online sviluppato da due ricercatrici dell’Università di Firenze, i cui risultati sono stati pubblicati sull’International Journal of Risk & Safety in Medicine, i giovani maschi eterosessuali risultano essere i più colpiti da questa patologia. L’indagine ha coinvolto un totale di 135 persone (di cui 115 maschi di età compresa tra i 20 e i 40 anni circa) e i risultati principali riguardano la sequenza temporale dei sintomi: 118 partecipanti avevano sintomi sia durante che dopo la somministrazione di SSRI/SNRI e 17 soltanto dopo l’interruzione della terapia, deponendo così per un'azione diretta di questi farmaci.

Una delle possibilità indagate dai ricercatori riguarda il ruolo degli steroidi neuroattivi, molecole chiave nel regolamento del sistema nervoso: una loro alterazione è stata associata a diverse condizioni neuropatologiche, tra cui la depressione e lo stress acuto e cronico, ed è stato dimostrato il loro coinvolgimento nel controllo della sfera sessuale.

Lo studio dell’Università di Milano è stato quindi strutturato per esplorare, in un modello animale, la possibilità che la paroxetina, un farmaco appartenente alla classe degli SSRI, possa alterare i livelli di steroidi neuroattivi durante il trattamento. Alcuni ratti maschi adulti sono stati trattati con il farmaco per due settimane: i livelli di steroidi neuroattivi sono stati analizzati – in aree rilevanti come ipotalamo, ippocampo, corteccia cerebrale, plasma e fluido cerebrospinale – sia a distanza di 24 ore che a un mese dalla sospensione della somministrazione. I risultati ottenuti indicano che il trattamento con paroxetina altera i livelli di steroidi neuroattivi e l'espressione degli enzimi chiave della steroidogenesi [ossia la sintesi degli steroidi, N.d.R.] nel tessuto cerebrale. I livelli plasmatici di steroidi non riflettono queste modifiche, suggerendo che la steroidogenesi periferica non è interessata e che i cambiamenti osservati nelle varie zone del cervello sono dovuti a un effetto specifico del farmaco in quest’area. Tutto ciò sembra suggerire un legame con la PSSD che, tuttavia, essendo una sindrome complessa e poco nota, deve essere ulteriormente studiata per essere compresa a fondo.

La ricerca dell’Università di Milano è stata parzialmente finanziata grazie a una raccolta fondi, ancora attiva, organizzata dalle persone colpite da questa disfunzione.

Leggi anche: "Disfunzioni sessuali correlate a farmaci: individuati i criteri diagnostici"

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