Coronavirus

Il prof. Giuseppe Novelli (Roma): “Il SARS-CoV-2 si affronta studiando le nuove varianti in rapporto all’ospite e all’ambiente. Grazie alle indagini di genetica guardiamo al domani senza dimenticare la lezione imparata oggi”

Da oltre un anno il COVID-19 sta monopolizzando non soltanto il lavoro di tanti ricercatori ma anche la comunicazione mediatica globale; telegiornali che sparano a raffica numeri e conteggi, programmi di approfondimento che vedono la partecipazione di virologi e infettivologi e tonnellate di pagine sull’argomento che ha cambiato il nostro modo di vivere. Dai test diagnostici alle possibili terapie fino ai vaccini, il SARS-CoV-2 è stato assoluto protagonista di questo tempo ma l’angolazione più importante da cui avviarne lo studio è quella che, purtroppo, ha ricevuto meno attenzione: la genetica del virus.

In un articolo da poco pubblicato sulla rivista Human Genomics Giuseppe Novelli, Professore di Genetica Medica all’Università degli Studi di Roma Tor Vergata, e Juergen K. V. Reichardt, dell’Australian Institute of Tropical Health and Medicine presso la James Cook University di Smithfield, fanno il punto su un anno di guerra al virus, ricapitolando i passi avanti effettuati e lanciando anche un messaggio agli Enti preposti al controllo della pandemia.

“Come in tutte le patologie di natura infettiva, anche in questa sono tre i vertici da triangolare per ottenere un quadro completo ed esaustivo”, spiega Novelli. “Il primo è il patogeno, il secondo è l’ospite e, infine, il terzo è l’ambiente in cui entrambi interagiscono. Con il nostro lavoro abbiamo voluto riassumere le competenze che gravitano intorno ad ognuno di questi tre punti, sottolineando il ruolo delle analisi di genetica”. Infatti, i virus a RNA sono soggetti a un alto tasso di mutazione (quello del virus SARS-CoV-2 è circa 0.8×10−4 sostituzioni in uno specifico sito all’anno, che equivalgono a circa due nuove mutazioni al mese), cosa che rende prioritario l’approfondimento del loro genoma.

Non tutte le varianti si possono classificare come patogene”, prosegue Novelli. “Alcune sono neutrali e possono essere mantenute nella popolazione. Altre, aiutano il virus a diffondersi. Ad esempio, la variante D614G ha sostituto in poco tempo quella diffusasi a Wuhan ed è stata a sua volta soppiantata da quella inglese. Adesso sta facendo parlare di sé la variante indiana che è composta da 13 variazioni diverse, due delle quali sono associate, per questo viene erroneamente definita ‘doppia’ mutazione”. L’India è, infatti, uno dei teatri di diffusione del virus più roventi del momento, con un numero di contagiati e di deceduti in netta crescita. “Gli studi sono ancora in corso ma allo stato attuale delle conoscenze, questa variante sembra peggiore delle altre in termini di diffusibilità ma non di gravità della malattia suscitata”, aggiunge Novelli. “In India però anche l’ambiente contribuisce concretamente alla diffusione, tanto che qualcuno ha parlato di ‘paradosso indiano’ perché fino a pochi mesi fa la curva epidemica era sotto controllo. Ma si tratta di un Paese composto da persone con un’età media molto più bassa rispetto alla nostra e caratterizzato da un’elevata densità di popolazione. La comparsa di una nuova variante a maggior trasmissibilità in un frangente in cui le difese si erano alleggerite ha provocato un’impennata di casi”. E che l’ambiente influenzi moltissimo la trasmissione del virus si è potuto constatare anche nel Bronx, quartiere di New York in cui le condizioni socio-sanitarie sfavorevoli hanno ulteriormente favorito la diffusione del virus SARS-CoV-2.

Oltre a ciò anche le caratteristiche dell’ospite determinano una malattia più aggressiva e la conferma di questo punto deriva dall’analisi della diffusione del SARS-CoV-2 in Sudafrica e in America Latina. Il prof. Lucio Luzzatto, dislocato presso la Muhimbili University of Health and Allied Sciences di Dares Salaam (Tanzania), ha descritto la disastrosa situazione di paesi come il Sudafrica e l’Egitto, responsabili di circa 3/4 dei casi di tutto il continente. “Gli ultimi casi registrati dalla Tanzania risalgono al maggio dello scorso anno”, continua Novelli. “Probabilmente la scarsità di tamponi ha fatto saltare il piano di monitoraggio. Tuttavia, Luzzato annovera tra le possibili spiegazioni il fatto che una percentuale compresa tra il 2 e l’8% degli individui possieda anticorpi anti-SARS-COV-2.

Si tratta di anticorpi cross-reagenti, notoriamente attivi contro altri patogeni ma dotati della capacità di neutralizzare, anche se non in maniera troppo efficiente, il SARS-CoV-2”. Il fattore individuo è, dunque, cruciale per la diffusione - o la resistenza - al virus come dimostrano anche le analisi di genomica imperniate sullo studio dell’interferone. “La difesa innata che è la prima ad entrare in gioco contro un patogeno, comprende proprio gli interferoni”, riprende Novelli. “È stato appurato che la produzione degli interferoni e delle proteine che ne favoriscono l’attivazione e l’azione svolga un ruolo cruciale nella difesa dal SARS-CoV-2”. Pertanto, mutazioni a questo livello possono esporre l’individuo a maggior rischio di sviluppare una forma grave di malattia. Ma, come si vede nel film Unbreakable - il predestinato, se a un’estremo dello spettro vi sono individui particolarmente fragili, all’altro vi sono individui super-resistenti. Sono coloro che non si ammalano e che ora sono oggetto di indagini scientifiche. “È una piccola parte della popolazione che stiamo studiando all’interno di un progetto di cui faccio parte, coordinato dai ricercatori della Rockfeller University di New York”, spiega ancora Novelli. “In Italia al momento abbiamo identificato 150 individui super-resistenti e continueremo a cercarne altri nel tentativo di vedere se esistano dei geni specificamente associati alla resistenza al patogeno. Magari potrebbero costituire il rovescio della medaglia dell’interferone”. (Per candidarsi allo studio è possibile scrivere al seguente indirizzo e-mail: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).

L’articolo non dimentica le terapie specificamente sviluppate contro il virus SARS-CoV-2, quali gli anticorpi monoclonali, e si sofferma sul valore dei vaccini - specie quelli a RNA che, guardando al futuro, rappresentano una piattaforma moderna, nuova e promettente. Tuttavia, pensando ad un prossimo domani l’aspetto che nessun può permettersi di trascurare è quello del coordinamento di tutti gli attori coinvolti nella gestione della pandemia. “Come scienziati abbiamo voluto richiamare alla responsabilità le Organizzazioni Internazionali, fra cui la WHO, che hanno seguito l’evoluzione della pandemia”, conclude Novelli. “È necessario incentivare la collaborazione perché, perlomeno all’inizio di questa pandemia, ciò che è mancato è stata proprio un’opera di coordinamento tra i vari enti quali l’ASEAN (Organization of Southeast Asian States), l’African Union e l’OAS (Organization of American States). Abbiamo assistito a uno straordinario sforzo economico di molti Paesi del mondo per trovare una soluzione a questa pandemia ma non dobbiamo smettere di pensare prospettiva, al fine di essere preparati nei confronti di nuove possibili emergenze”.

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