Come rivela un lungo studio di follow-up, la condizione insorge con maggior probabilità nei pazienti con sindrome poliendocrina autoimmune di tipo 1

Padova – Cosa avevano in comune l’ex presidente americano John Fitzgerald Kennedy e l’astronomo e geologo Eugene Shoemaker, le cui ceneri sono state sparse sulla Luna? Entrambi soffrivano della malattia di Addison, una rara patologia cronica che colpisce la corteccia delle ghiandole surrenali, diminuendo o azzerando la loro funzionalità.

Nota anche come ipocorticosurrenalismo o insufficienza corticosurrenalica, la Addison si manifesta in modo insidioso, con sintomi non specifici, che possono essere confusi con altre patologie più comuni: sono frequenti affaticamento, perdita delle forze, malessere, perdita di peso, nausea, anoressia, ritardo della crescita nei bambini, dolori muscolari e articolari. Sono spesso presenti vitiligine e alopecia areata; un segno distintivo, invece, è il colore bronzeo assunto dalla cute e dalle mucose. Senza trattamento ormonale sostitutivo, la malattia avrebbe un decorso mortale, ma oggi, grazie alla scoperta dei glucocorticoidi sintetici (il cortisone), i pazienti possono condurre una vita praticamente normale.

Un team dell'Università di Padova, in un recente studio di storia naturale pubblicato sulla rivista European Journal of Endocrinology, ha sviluppato un modello per stimare le probabilità di sopravvivenza libera da malattia di Addison autoimmune (AAD): uno strumento utile per definire appropriati intervalli di follow-up e future strategie terapeutiche.

Gli autoanticorpi anti-corteccia surrenalica (ACA) e gli anticorpi anti-21-idrossilasi (21OHAbs) sono marcatori della patologia e della sua progressione verso una malattia conclamata. Dato che, in diversi studi, il rischio cumulativo di sviluppare AAD varia tra lo zero e il 90%, i ricercatori hanno cercato di capire meglio il valore predittivo di alcuni parametri per la progressione verso la malattia in pazienti con sindromi poliendocrine autoimmuni (APS), positivi agli anticorpi ACA o 21OHAbs.

Per scoprirlo, 29 pazienti con APS di tipo 1 e 114 pazienti con APS di tipo 2 o di tipo 4 sono stati seguiti per una media di 10 anni (range 6 mesi – 33 anni) e valutati mediante test dell'ormone adrenocorticotropo (ACTH). Il rischio di AAD è stato stimato in base all'età, al sesso, allo stadio della disfunzione surrenalica, alle patologie associate e al titolo anticorpale.

Il rischio cumulativo di sviluppare AAD era maggiore nei pazienti con APS-1 (94,2%) rispetto ai pazienti con APS-2 e APS-4 (38,7%). Il rischio era alto sia nei maschi che nelle femmine con APS-1, mentre in quelli con APS-2 e APS-4 era alto solo nei maschi. Inoltre, sono stati stabiliti dei punti di non ritorno nella progressione verso AAD: per i pazienti con APS-1 è lo stadio 1 (aumento della renina plasmatica), mentre per quelli con APS-2 e APS-4 è lo stadio 2 (nessuna risposta del cortisolo al test ACTH). Le analisi aggiustate del rapporto di rischio hanno mostrato che il sesso, le malattie e la funzione surrenale erano fattori di rischio indipendenti per lo sviluppo clinico dell'AAD, rischio che tuttavia sembra diminuire dopo 19 anni di follow-up.

Nel nostro Paese è attiva l'A.I.P.Ad. (Associazione Italiana Pazienti Addison), nata a Mestre nel 2003 su iniziativa del prof. Corrado Betterle, docente di Immunologia Clinica presso l'Università degli Studi di Padova (fra gli autori di questo studio) e di alcuni pazienti.

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