Malattia IgG4-correlata: intervista a Emma Culver
Emma Culver

Intervista a Emma Culver, dell’Università di Oxford, una delle maggiori esperte sul campo: “C’è ancora molta sottodiagnosi e la necessità di un approccio olistico”

Londra – In poco più di vent'anni la comprensione della malattia IgG4-correlata (IgG4-RD) è cambiata radicalmente. Oggi sappiamo che la patologia può colpire quasi ogni organo del corpo e che il danno dipende non solo dall'infiammazione ma anche da processi fibrotici che si sviluppano nel tempo. Molte domande, tuttavia, restano ancora aperte. Si tratta di una malattia davvero così rara oppure è sottostimata? Quali bisogni insoddisfatti permangono per i pazienti? E in che direzione sta andando la ricerca?

Ne abbiamo parlato con Emma Culver, specialista dell'Università di Oxford e presidente della British Liver Association per le malattie epatiche immuno-mediate, nel corso dell’incontro “From Diagnostic Delays to Collective Action”, dedicato all'IgG4-RD e organizzato in occasione del congresso annuale della European Alliance of Associations for Rheumatology (EULAR) (Londra, 3-6 giugno 2026).

CHE COS’È LA IGG4-RD

L'IgG4-RD è una malattia immuno-mediata caratterizzata da un'attivazione anomala del sistema immunitario che può provocare infiammazione, ispessimento dei tessuti e fibrosi in numerosi organi del corpo. “Si tratta di una condizione cronica in cui il sistema immunitario diventa iperattivo e può determinare la comparsa di masse, gonfiori e cicatrici in organi diversi”, spiega Culver, che lavora nel campo dei disturbi correlati alle IgG4 da oltre 15 anni, studiandone la storia naturale, le difficoltà diagnostiche e i meccanismi di base. “La patologia prende il nome dagli anticorpi IgG4, proteine che possono essere presenti in quantità elevate nel sangue e nei tessuti colpiti”.

Ciò che rende la malattia particolarmente complessa non solo da diagnosticare, ma anche da indirizzare allo specialista appropriato, è soprattutto la sua eterogeneità clinica: “I pazienti possono presentare sintomi molto diversi a seconda dell'organo coinvolto. Alcuni sviluppano tumefazioni visibili a livello delle ghiandole salivari o delle palpebre; altri presentano manifestazioni a carico di organi interni che possono tradursi in affaticamento, dolore e malessere generale. La malattia in questi casi risulta meno visibile, ma comunque in grado di avere un impatto significativo sulla qualità della vita”.

RARA O SOTTODIAGNOSTICATA?

La rarità della malattia spiega solo in parte le difficoltà diagnostiche. “Credo sia una combinazione di fattori. La malattia è rara, i pazienti possono presentarsi a specialisti diversi con sintomi molto differenti tra loro – il che rende più difficile riconoscere che si tratta della stessa patologia – in più è riconosciuta come condizione specifica soltanto in tempi relativamente recenti”.

A complicare ulteriormente il quadro contribuisce il modo in cui sono evoluti i sistemi sanitari moderni. “La medicina è diventata sempre più specializzata. Nessun medico di base può conoscere nel dettaglio tutte le malattie rare e ogni specialista tende naturalmente a concentrarsi sul proprio ambito di competenza. Il modo per affrontare questo problema è rafforzare il ruolo di medici internisti, che hanno una visione più ampia del paziente e delle diverse condizioni cliniche, in grado di effettuare un triage appropriato nei casi multisistemici”.

I DATI SUL PERCORSO DIAGNOSTICO

I numeri aiutano a comprendere la complessità del percorso diagnostico. Secondo i dati raccolti dal team multidisciplinare coordinato da Culver, i pazienti consultano in media quattro specialisti prima di essere visitati da un esperto di IgG4 che formula la diagnosi e il tempo mediamente necessario per arrivare alla diagnosi è di circa cinque anni, con casi che vanno da circa un anno a oltre trent'anni.

Le principali criticità emergono in due momenti del percorso. La prima nell’assistenza primaria, dove i sintomi, spesso aspecifici e che compaiono lentamente e in modo insidioso, vengono scambiati per problemi comuni. Successivamente, il rischio è che il paziente resti ‘intrappolato’ nei singoli percorsi specialistici, mentre ciascun medico cerca di escludere le numerose condizioni che potrebbero simulare la malattia anziché unire i puntini tra le manifestazioni presenti in organi diversi”.

COSA STIAMO IMPARANDO SULLA MALATTIA?

Anche se negli anni la comprensione clinica dell'IgG4-RD è cresciuta in modo significativo, molte questioni rimangono ancora aperte sulle cause e su ciò che ne determina l'evoluzione. “Stiamo imparando molto di più sui fattori che possono contribuire allo sviluppo della malattia. La ricerca sta esplorando sia le influenze ambientali sia le predisposizioni genetiche che potrebbero aumentare la suscettibilità alle patologie immuno-mediate. Stiamo anche acquisendo una migliore comprensione della risposta immunitaria stessa e, in particolare, del ruolo delle cellule B e di come contribuiscono sia all'infiammazione che allo sviluppo della fibrosi. Uno degli obiettivi principali della ricerca è inoltre l'identificazione di biomarcatori affidabili: disporre di strumenti in grado di prevedere quali pazienti svilupperanno forme più aggressive, andranno incontro a recidive o presenteranno una progressione più rapida della malattia consentirebbe infatti una gestione più personalizzata”.

“La ricerca clinica e quella di base stanno lavorando sempre più a stretto contatto, e la partecipazione dei pazienti agli studi sta aiutando a comprendere la malattia e le sue diverse manifestazioni in modo più efficace”.

QUANDO SOSPETTARE LA IGG4-RD

Per i pazienti che convivono da anni con sintomi senza una spiegazione univoca, individuare i segnali d'allarme può essere difficile. “Alcune manifestazioni meritano particolare attenzione, tra cui tumefazioni ricorrenti a livello delle palpebre, delle ghiandole salivari o del collo, così come linfonodi ingrossati persistenti. In questo caso, è opportuno sottoporsi a esami del sangue e ulteriori esami di diagnostica per immagini”.

Più in generale, l'esperta invita a considerare la possibilità di una diagnosi unificante quando problemi apparentemente distinti vengono seguiti da specialisti diversi: “Se una persona ha ricevuto più diagnosi da specialisti differenti, vale la pena chiedersi se possano essere manifestazioni della stessa malattia. In questi casi può essere utile confrontarsi con il medico di medicina generale, con uno specialista esperto o con siti di supporto e associazioni di pazienti, che spesso rappresentano una fonte importante di informazioni e orientamento”.

BISOGNI INSODDISFATTI E SFIDE ANCORA APERTE

Tra i principali bisogni ancora insoddisfatti c'è innanzitutto la necessità di ridurre i ritardi diagnostici: quando la diagnosi arriva dopo molto tempo, il rischio di danno permanente aumenta. “Una delle nostre maggiori preoccupazioni è il danno d'organo che, a seconda dei casi, può interessare reni, fegato, strutture della testa e del collo o persino grandi vasi sanguigni come l'aorta. Se la malattia non viene riconosciuta e trattata tempestivamente, il danno può accumularsi nel tempo e in alcuni casi essere irreversibile: ecco perché la diagnosi precoce è così importante. E qui è necessario un approccio realmente coordinato e collaborativo tra specialisti”.

Un altro problema riguarda la capacità di distinguere la malattia attiva dal danno già instaurato. “Servono criteri migliori per poterli distinguere. Molti pazienti continuano ad avere sintomi, ma non sempre è facile capire se siano dovuti a un'attività infiammatoria ancora presente o alle conseguenze permanenti lasciate dalla malattia”: una questione tutt'altro che marginale, perché può influenzare sia le decisioni terapeutiche sia il monitoraggio dei pazienti nel lungo periodo.

Un'altra esigenza ancora insoddisfatta è la gestione di alcune delle complicanze fibrotiche: “Abbiamo compiuto molti progressi nella gestione dell'infiammazione. Ora però una delle grandi sfide è capire come gestire meglio il danno e, possibilmente, come riuscire a invertire almeno in parte i processi fibrotici”.

PRIORITÀ PER IL FUTURO

Se potesse indicare una sola priorità per migliorare la vita delle persone con IgG4-RD, Culver auspicherebbe una maggiore integrazione tra medici, professionisti sanitari e pazienti. “Questo può avvenire attraverso incontri di persona, programmi educativi virtuali e congressi scientifici che riuniscano professionisti sanitari, ricercatori, rappresentanti e associazioni di pazienti per condividere conoscenze, discutere i ritardi diagnostici e identificare opportunità per migliorare l’assistenza. Nel Regno Unito abbiamo istituito una rete multidisciplinare nazionale che si riunisce mensilmente con l’idea di creare un modello realmente centrato sul paziente, dove non sia lui a dover viaggiare da uno specialista all’altro a caccia di risposte, e dove le decisioni avvengano in modo collaborativo”.

L’obiettivo è costruire un modello di gestione della malattia che non si limiti al controllo dei sintomi ma che tenga anche conto dell'impatto che il disturbo esercita sulla vita quotidiana delle persone. “Dobbiamo ricostruire la fiducia tra pazienti e professionisti sanitari, migliorare la consapevolezza della malattia e garantire che il supporto psicologico diventi parte integrante dell'assistenza. Perché le malattie rare colpiscono molto più che solo il corpo”.

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