Rafa Nadal e la Sindrome di Müller-Weiss

La docuserie Netflix "Rafa", disponibile da oggi, riporta l'attenzione su una patologia scheletrica rara ancora priva di una cura risolutiva

È disponibile su Netflix "Rafa", la docuserie in quattro episodi dedicata a Rafael Nadal, diretta dal regista vincitore dell'Emmy e candidato all'Oscar Zach Heinzerling. Anticipata nelle scorse settimane da un trailer e da una premiere mondiale a Madrid, sta riportando l'attenzione pubblica sulla sindrome di Müller-Weiss, la rara patologia del piede con cui il campione spagnolo convive da molti anni. Le prime immagini diffuse online hanno colpito per alcune sequenze dedicate alle condizioni del piede sinistro dell'ex tennista, documentate in modo particolarmente dettagliato.

CHE COS'È LA SINDROME DI MÜLLER-WEISS

Si tratta di una malattia scheletrica rara, a esordio nell'età adulta, caratterizzata da osteonecrosi spontanea dell'osso navicolare del tarso. Chi ne è affetto avverte un dolore cronico nella parte centrale e posteriore del piede, accompagnato da gonfiore e da un progressivo cedimento dell'arco plantare, fino alla comparsa di una deformità del piede nota come piede piatto-varo. La malattia può manifestarsi in forma bilaterale o asimmetrica e associarsi a fratture patologiche.

Al centro della struttura del piede si trova un piccolo osso che funge da punto di raccordo dell'arco plantare. Quando collassa, l'intera meccanica del piede ne viene compromessa.

La sindrome deve il suo nome al chirurgo Walther Müller e al radiologo Konrad Weiss, che la descrissero per la prima volta tra il 1927 e il 1929. Nonostante quasi un secolo di storia clinica, le cause precise rimangono ancora oggi largamente sconosciute.

La rarità della condizione e la possibile sovrapposizione con disturbi più comuni possono complicarne il riconoscimento, con diagnosi che arrivano spesso dopo anni dall'esordio dei sintomi. Per arrivarci è fondamentale la diagnostica per immagini, in particolare la radiografia sotto carico del piede e la risonanza magnetica: la caratteristica deformità a virgola dell'osso navicolare ne rappresenta il segno distintivo.

EPIDEMIOLOGIA E RARITÀ DELLA SINDROME DI MÜLLER-WEISS

I numeri confermano quanto la sindrome sia rara. La maggior parte delle pubblicazioni scientifiche disponibili sono case report o serie di pochissimi pazienti. Lo studio più ampio resta quello di Maceira et al. del 2004, che riporta 191 piedi affetti in 101 pazienti; nelle principali casistiche pubblicate i casi complessivamente documentati sono 277. La vera frequenza della malattia è però probabilmente sottostimata, poiché può essere scambiata per un'artrosi del piede.

Colpisce soprattutto gli adulti tra i 40 e i 60 anni, con una prevalenza nelle donne. Nello studio di Maceira et al., la frequenza più elevata fu osservata in coincidenza con grandi difficoltà storiche in Spagna, come carestie, guerra e povertà postbellica nella prima metà del Novecento, il che ha suggerito una possibile predisposizione legata a fattori ambientali o nutrizionali nella prima infanzia. L'ipotesi, tuttavia, non è confermata da tutti gli studi successivi. Dati di incidenza specifici per l'Italia non sono disponibili in letteratura. 

IL TRATTAMENTO DELLA SINDROME DI MÜLLER-WEISS

Non esiste attualmente una terapia in grado di invertire il processo degenerativo alla base della sindrome di Müller-Weiss; il trattamento mira soprattutto al controllo del dolore, al supporto funzionale e, nei casi più avanzati, alla correzione chirurgica. Il percorso terapeutico prevede, in prima battuta, un approccio conservativo, basato su riposo dalle attività che evocano dolore, antinfiammatori soprattutto nella fase acuta, fisioterapia finalizzata ad arginare le alterazioni posturali e uso di plantari appositi realizzati su misura. Se attuato in una fase precoce della malattia, questo approccio è in grado di garantire buoni risultati sul piano sintomatologico, ma richiede molta collaborazione da parte del paziente, che deve adoperarsi quotidianamente nella riabilitazione funzionale anche quando i sintomi sono scomparsi del tutto o quasi.

Le infiltrazioni con cortisonici, acido ialuronico o anestetici possono essere impiegate per spegnere l'infiammazione nei momenti di crisi acuta. Quando il dolore diventa invalidante, si rende necessario l'intervento chirurgico. L'operazione più comune è l'artrodesi: si fondono insieme le ossa del tarso per bloccare l'articolazione malata. Questo elimina il dolore, ma riduce drasticamente la mobilità del piede. Altre opzioni chirurgiche includono il debridement con completa escissione dell'osso navicolare seguita dalla ricostruzione della porzione mediale del tarso, e l'allungamento del tendine d'Achille.

IL CASO DI RAFAEL NADAL

Nadal rappresenta un caso eccezionale sotto diversi profili. Come ha spiegato Umberto Alfieri Montrasio, responsabile dell'Unità Specialistica Piede e Caviglia dell'IRCCS Istituto Ortopedico Galeazzi di Milano: “La sindrome è atipica nella sua evoluzione. Di solito, chi ne soffre non ha una forma così eclatante come la sua, perché non sottopone l'articolazione del piede alle immense sollecitazioni provocate nel corso delle gare, oltre che degli allenamenti intensivi”. A rendere il caso ancora più singolare, il medico Angel Ruiz-Cotorro ricorda nella docuserie che al momento della diagnosi erano stati raccolti tutti i dati disponibili nella letteratura mondiale sulla sindrome, e non esisteva nemmeno un caso documentato di atleta d'élite.

I primi sintomi si manifestarono nell'autunno 2005, durante il Masters di Madrid. Come Nadal ha raccontato in più occasioni: “Il giorno dopo aver vinto il titolo a Madrid mi sentivo zoppo. Dopo un'analisi approfondita mi dissero che avevo un problema allo scafoide tarsale (osso navicolare)”. Quella che inizialmente fu interpretata come una lesione ossea era in realtà la conseguenza di un processo cronico già in corso. Come precisa Ruiz-Cotorro, “il crack di Madrid era solo la conseguenza”: fu solo dopo ulteriori valutazioni con lo specialista Ernesto Maceira che si arrivò alla diagnosi definitiva di sindrome di Müller-Weiss.

Nel tennis professionistico, i continui cambi di direzione, le frenate improvvise e i carichi ripetuti sul piede rendono quella piccola struttura ossea particolarmente vulnerabile. Nadal ha convissuto con la malattia grazie a plantari speciali, che però hanno generato a cascata altri problemi fisici. Come ha dichiarato lui stesso: "Il plantare usato per salvare il piede ha finito per destrutturare tutto il resto del mio corpo. Ogni infortunio successivo è nato da lì".

LO STATO DELLA RICERCA

Il caso di Nadal non è soltanto una storia sportiva. È, anche, una finestra su un campo di ricerca che fatica a decollare. “La speranza – ha dichiarato Alfieri Montrasio in un'intervista a Starbene – è che casi come il suo stimolino la ricerca, che è ancora scarsa in questo ambito. La patologia è stata descritta per la prima volta nel 1927, ma la strada è ancora lunga”.

La rarità numerica della sindrome, la dispersione dei casi in letteratura e l'assenza di studi epidemiologici su scala nazionale rendono difficile costruire una base di evidenze solida. Stando a quanto ricorda Ruiz-Cotorro nella docuserie, Nadal è rimasto a lungo tra i pochissimi casi noti di atleta d'élite associati pubblicamente alla sindrome: un elemento che riflette, al tempo stesso, la rarità della patologia e i limiti di una ricerca che ancora dispone di casistiche ridotte. Se la visibilità generata dalla docuserie si tradurrà in nuovi investimenti di ricerca, è ancora da vedere. Ma il punto di partenza, almeno, esiste.

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