Coronavirus e plasma

Continuano le indagini e l’approfondimento da parte del Ministero della Salute

Stanchezza, difficoltà cardio-respiratorie, cefalea: sono alcuni dei sintomi di quello che viene oggi identificato come Long-COVID, una condizione, dal quadro clinico assai variabile, che si presenta in persone che sono guarite dal COVID-19 ma che manifestano conseguenze a lungo termine della malattia. Con il comunicato stampa n°10/2022, l’ISS dà il via al progetto CCM, finanziato dal Ministero della Salute, per il monitoraggio e la comprensione di questo fenomeno tramite l’implementazione di una rete nazionale e una piattaforma digitale per la condivisione di report e “buone pratiche” in termini di cura e prevenzione.

Quali sono i sintomi del Long-COVID? Si può prevederne l’insorgenza?

Il 1° luglio 2021, l’Istituto Superiore di Sanità aveva già individuato alcune problematiche in pazienti guariti da COVID-19 che continuavano a manifestare sintomi evidenti anche nei mesi successivi alla guarigione stessa. Divise in due casistiche, sono state rilevate sia manifestazioni generali (astenia, stanchezza eccessiva, annebbiamento mentale, insonnia, febbre, mialgie, artralgie, riduzione dell’appetito, debolezza muscolare e dolori diffusi, generali disturbi gastrointestinali, cardiovascolari e neurologici) che disturbi specifici a carico di vari organi (tosse persistente, affanno, dispnea, diarrea, palpitazioni). Questi sintomi possono presentarsi ciclicamente o perdurare nel tempo, e generalmente sono più evidenti nei soggetti che hanno contratto il virus in forma grave.

Secondo uno studio americano pubblicato su Cell, dal titolo “Multiple Early Factors Anticipate Post-Acute COVID-19 Sequelae”, sono apparentemente 4 i fattori che possono aiutare a predire l’insorgenza della sindrome da Long-COVID: la presenza di autoanticorpi, la riattivazione del virus di Epstein-Barr, il diabete di tipo 2 e il livello ematico di RNA virale in capo all’infezione.

Una rete nazionale per monitorare il Long-COVID

Il 9 febbraio 2022, l’ISS ha dato il via a un progetto di respiro nazionale in cui sono coinvolti gli enti di 3 regioni: ARS Toscana, Aress Puglia, Azienda Sanitaria Universitaria Friuli Centrale, Rete delle Neuroscienze e Neuroriabilitazione (rete degli IRCCS), Rete Aging (rete degli IRCCS), Associazione Rete Cardiologica (rete degli IRCCS), Università Cattolica del Sacro Cuore.

Per 2 anni, sotto il coordinamento dell’Istituto Superiore di Sanità, questa rete di sorveglianza metterà in relazione i centri clinici, favorendo la condivisione di “buone pratiche”, nell’ottica di identificare, monitorare, trovare soluzioni nella battaglia alla condizione delle persone colpite da Long-COVID. È lo stesso Silvio Brusaferro, presidente dell’ISS, a definire presupposti e obiettivi: “Le conoscenze sul Long-COVID sono tuttora oggetto di numerose indagini e in questa prospettiva di approfondimento va inquadrato questo progetto”.

Così sono declinati i cinque obiettivi principali del programma:
- definire le dimensioni del fenomeno Long-COVID;
- definire numero, caratteristiche e distribuzione sul territorio nazionale dei centri Long-COVID, tramite il censimento dei centri di diagnosi e assistenza per Long-COVID, sfruttando la sinergia tra le regioni coinvolte nel progetto e le reti già esistenti (IRCCS e ospedali che già partecipano alla sorveglianza dei decessi COVID-19);
- definizione di buone pratiche in tema di Long-COVID, per uniformare e dare omogeneità ai trattamenti a livello nazionale;
- sorveglianza Long-COVID, con un’analisi incrociata dei dati provenienti dai centri e la produzione di report periodici;
- strutturazione della rete nazionale, con un network predisposto all’erogazione di workshop e seminari informativi e di aggiornamento.

Long-COVID e malattie rare: alcuni aspetti in comune

In un articolo pubblicato sul sito di Genetic Alliance UK, che ha incrociato i dati di tre studi differenti con relative interviste a persone affette da Long-COVID, sono stati individuati diversi punti critici segnalati dai pazienti, tra cui la difficoltà di giungere a una diagnosi della condizione e, allo stesso tempo, una prognosi incerta dovuta alla mancanza di studi scientifici sull’argomento. A questo si aggiunge una buona parte di intervistati che ha dichiarato di essersi trovata di fronte a personale medico impreparato sulla patologia o non in grado di riconoscere l’impatto del Long-COVID sulla qualità della vita.

Altro tema emerso è quello di un senso di ansia generalizzata, paralizzante, che trasversalmente ha colpito gli intervistati di tutte le età: il senso di sconforto che genera una patologia psico-fisica di cui si conosce poco e che ancora non dispone di dati sufficienti a determinarne la reale ‘dimensione’. 

Come evidenziato nell’articolo, si tratta di tematiche e situazioni che contraddistinguono anche il mondo delle malattie rare, e che i pazienti affetti da queste patologie sperimentano continuamente sulla propria pelle.

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