Farmaci

Lo spiega il prof. Andrea Cignarella sul sito della Società Italiana di Farmacologia

Milano – Quali sono i presupposti che spingono a scegliere di trattare i pazienti affetti dall’infezione COVID-19 con farmaci prodotti, registrati e autorizzati per altre patologie, spesso senza alcuna relazione con le infezioni virali? A questa domanda e ad altri dubbi ha risposto Andrea Cignarella, professore associato di Farmacologia dell'Università di Padova, sul sito della Società Italiana di Farmacologia. Riportiamo integralmente il suo intervento.

Ci sono farmaci specifici per il Coronavirus?

No. I farmaci sono autorizzati all’immissione in commercio per indicazioni specifiche che sono definite sulla base dei risultati di opportuni studi clinici. Le dimensioni di questi studi vanno da alcune centinaia ad alcune decine di migliaia di pazienti a seconda del tipo di farmaco. I risultati consentono di valutare in modo attendibile l’efficacia del farmaco rispetto a un placebo o nei confronti di un farmaco di già provata efficacia in quella malattia. Poiché il virus SARS-CoV-2 è comparso solo alla fine del 2019, non è stato ancora possibile completare studi clinici che supportino l’approvazione specifica di un farmaco per il trattamento del COVID-19, la malattia respiratoria causata dall’infezione con il nuovo virus.

Quanto tempo servirà per avere farmaci specifici per la COVID-19?

È difficile prevederlo. Poiché il programma di sviluppo di un nuovo farmaco mai entrato prima in commercio dura diversi anni, non è realistico che in tempi brevi possa essere approvato un nuovo farmaco sviluppato esclusivamente per trattare la COVID-19. Tuttavia, molti studi clinici, utilizzando farmaci già approvati per altre patologie, sono iniziati e sono attualmente in corso. Ottenere dati da studi clinici di alta qualità per guidare la cura dei pazienti è difficile di fronte a una pandemia. Un aspetto importante, però, è che l’efficacia di un farmaco per contrastare un’infezione virale si riesce a determinare in tempi relativamente brevi, nell’ordine di 1-2 settimane.

Perché allora si usano farmaci autorizzati per altre patologie?

In questo momento non ci sono alternative. Il principio farmacologico che giustifica questa strategia è che nessun farmaco ha specificità assoluta per i bersagli (estranei all’organismo come i microbi oppure propri dell’organismo) da colpire per trattare la malattia per cui è indicato. I farmaci presentano dunque delle proprietà che non sono ritenute indispensabili ai fini della loro attività terapeutica documentata ma possono rivelarsi utili in situazioni diverse. Questo consente il riposizionamento (in inglese repurposing) di farmaci già autorizzati per altre patologie o anche ritirati dal commercio per i loro limiti di efficacia e sicurezza rispetto a farmaci sviluppati successivamente. Il riposizionamento è una strategia efficace per identificare velocemente dei potenziali agenti terapeutici con un profilo di sicurezza noto per trattare una malattia emergente come la COVID-19.

Come si spiega allora che un farmaco autorizzato per altre patologie possa essere efficace sul Coronavirus?

Pragmaticamente, è vero che non ci sono ancora farmaci approvati dalle agenzie regolatorie con l’indicazione specifica del trattamento della COVID-19, ma ci sono farmaci che possono comunque rivelarsi efficaci nell’ostacolare il ciclo vitale del virus nel paziente e prevenire le complicazioni dell’infezione. L’esempio più intuitivo è dato dai farmaci che a suo tempo si erano dimostrati efficaci per il trattamento della SARS, un’infezione respiratoria emersa nel 2003 e causata da un altro Coronavirus. Alcuni farmaci antivirali come remdesivir, lopinavir, ribavirina o ritonavir hanno dimostrato un’efficacia significativa contro il nuovo virus SARS-CoV-2 in prove di laboratorio. Mentre i risultati preliminari sull’efficacia clinica del remdesivir sono promettenti, uno studio condotto in pazienti con forme gravi di COVID-19 trattati con lopinavir e ritonavir non ha mostrato benefici aggiuntivi rispetto alla terapia standard. Sono in corso in Cina studi con altri antivirali, ad esempio il favipiravir. Il successo di questi studi potrebbe garantire l’approvazione da parte delle agenzie regolatorie in tempi relativamente rapidi.

Ci sono altri farmaci che possono essere efficaci?

La clorochina/idrossiclorochina, un farmaco di prima linea usato nel trattamento e nella prevenzione della malaria e di alcune malattie autoimmuni, è in grado di inibire la crescita di diversi virus a DNA e RNA tra cui diversi Coronavirus umani. Come gli antivirali citati in precedenza, la clorochina ha dimostrato un’efficacia significativa contro SARS-CoV-2 in prove di laboratorio e l’idrossiclorochina è stata proposta come possibile terapia per la COVID-19. Inoltre, per prevenire la progressione verso lo stadio critico, il paziente può ricevere delle terapie anti-infiammatorie e anti-shock come i glucocorticoidi e il tocilizumab, un anticorpo monoclonale umano diretto contro il recettore della citochina infiammatoria interleuchina. Infine, in alcuni ospedali americani è raccomandato l’uso delle statine, farmaci normalmente usati nel trattamento delle dislipidemie, perché potrebbero stimolare la risposta immunitaria del paziente contro il virus.

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