Il direttore generale dell'AIFA rassicura i pazienti dopo la rinuncia di Pfizer a proseguire nella ricerca di nuove terapie

Roma – La recente notizia della rinuncia, da parte della società farmaceutica Pfizer, a proseguire nella ricerca e lo sviluppo di nuove terapie per le malattie di Alzheimer e di Parkinson ha gettato nello sconforto i pazienti affetti da queste patologie neurodegenerative. Per rassicurarli è intervenuto il prof. Mario Melazzini, direttore generale dell'Agenzia Italiana del Farmaco, con un editoriale pubblicato venerdì scorso sul sito dell'AIFA.

Il percorso di ricerca e sviluppo di un nuovo farmaco è un'impresa lunga, costosa e soggetta potenzialmente a un rischio molto elevato di fallimento. Tuttavia, negli obiettivi che pongono delle sfide importanti e negli inevitabili incidenti di percorso, la ricerca coglie quasi sempre nuovi stimoli per rivedere criticamente i propri modelli e individuare strategie più mirate ed efficaci. È per questa ragione che mi sento di affermare che la recente rinuncia di una nota multinazionale farmaceutica a proseguire la ricerca e lo sviluppo di nuovi farmaci per le malattie di Alzheimer e Parkinson non deve allarmare né far cessare la speranza di una terapia”, scrive Melazzini.

“Sappiamo che il numero dei pazienti con demenza di Alzheimer è destinato a crescere nei prossimi anni: gli attuali 47 milioni di pazienti nel mondo potrebbero diventare 76 milioni nel 2030 e 135 milioni nel 2050. Considerata l'incidenza crescente delle malattie neurodegenerative in tutto il mondo occidentale, lo studio di nuove e più efficaci terapie è e sarà una delle principali priorità di salute a livello globale. Gli studi sono oggi sempre più orientati alla condivisione dei dati della ricerca e a modelli collaborativi, come consorzi e partnership pubblico-privato, volti a valorizzare la sinergia tra le competenze, le risorse e i diversi interessi degli attori in gioco”, prosegue l'editoriale.

“A fronte di alcune rinunce legate a legittime scelte di business, quindi, la ricerca dedicata alla demenza di Alzheimer prosegue. Gli studi clinici condotti a livello mondiale sono 190 e coinvolgono circa 100 principi attivi. Di tali sperimentazioni, 47 sono nelle ultime fasi di sviluppo (Fase III e IV). Gli studi riguardano varie popolazioni target e diversi meccanismi d'azione: la cascata dell'amiloide è il target dominante, seguita dalla proteina tau, ma su anche altri bersagli. La ricerca e l’identificazione di biomarcatori specifici è e sarà sempre più determinante. Per quanto riguarda l'Italia, sono attualmente in corso 71 studi clinici dedicati alla demenza di Alzheimer, di cui oltre 40 in fase avanzata (Fase III o IV)”, sottolinea Melazzini.

“Abbiamo quindi, da una parte, l'arrivo di molecole già in fase avanzata di sperimentazione clinica che rallentano l'evoluzione della malattia e saranno efficaci soprattutto nella sua fase iniziale; dall'altra l'individuazione di biomarcatori che consentono di intercettare i pazienti nella fase prodromica della patologia in modo da poter utilizzare in modo efficace e mirato i nuovi farmaci quando saranno disponibili. Su quest'ultimo fronte, l'Italia ha avviato un progetto unico, molto ambizioso, denominato “Interceptor, finanziato con 4 milioni di euro dal Ministero della Salute, da cui ci attendiamo preziose ricadute cliniche e regolatorie”, conclude il direttore generale dell'AIFA.

“Oltre a un beneficio diretto per i pazienti, che potranno avere tempestivo accesso alle terapie appropriate, i dati forniti dallo studio consentiranno una programmazione più efficiente e sostenibile degli interventi sanitari. Potremmo assistere, nei prossimi 5 anni, all’arrivo sul mercato di molecole capaci di modificare il naturale decorso della malattia”.

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